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Non sarà solo un test sul merito della riforma ma anche sul rapporto politica-magistratura e sul governo Meloni

Quando, la primavera prossima, voteremo al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che ha appena completato il suo iter parlamentare, ci troveremo a dare tre voti in uno. Il primo sarà sul merito della riforma. Il secondo sul rapporto fra politica e magistratura. Il terzo, purtroppo ma inevitabilmente, sarà un voto politico pro o contro il governo Meloni. Ciascun elettore dovrà innanzitutto decidere quale peso dare a questi tre elementi. E soltanto dopo, in base alle proporzioni fra un elemento e l'altro, potrà scegliere fra il sì e il no. La compresenza di tre ordini di questioni rende il referendum particolarmente complesso e il suo risultato più imprevedibile del solito. Più ancora di quello del 2016, che di scelte ne includeva soltanto due, sul merito della riforma e su Matteo Renzi.

Il mio voto, per quel che vale, si baserà soprattutto sul secondo criterio: il rapporto fra istituzioni rappresentative e ordinamento giudiziario. Sarà un sì, sarà uno dei voti più convinti che io abbia mai dato nella mia vita di elettore e sarà motivato dal principio liberale del bilanciamento dei poteri. In Italia i poteri sono sbilanciati da decenni, e lo sono a vantaggio della magistratura. Questa riforma non la punisce né porta le Procure sotto il controllo dell'esecutivo, ma riconduce di per sé l'assetto istituzionale a un maggior equilibrio.