Sembra la trama di una commedia grottesca, e invece è cronaca. Le password che consentivano di entrare nei sistemi di sicurezza del Louvre — il museo più visitato del pianeta, teatro di una rapina che ha fatto tremare la Francia — erano “LOUVRE” e “THALES”. Due parole così banali da risultare quasi provocatorie: la prima il nome del museo stesso, la seconda quello del software che avrebbe dovuto proteggerlo.
Eppure è tutto autentico, nero su bianco in documenti ufficiali datati 2014 e aggiornati fino al 2024, citati dal Corriere della Sera. Non si sa se nel frattempo le chiavi digitali siano state modificate, ma la scoperta getta una luce impietosa su un sistema che si voleva impenetrabile — e che invece mostra crepe imbarazzanti.
«Qualcosa non ha funzionato nel sistema di sicurezza del Louvre», ha ammesso la ministra della Cultura Rachida Dati, dopo un primo tentativo di difesa (“gli allarmi hanno suonato”). Poi il passo indietro, il tono più cauto: “Ci sono state mancanze nella sicurezza, serve chiarezza su ogni responsabilità”. Parole che suonano come una resa, mentre il ministro, candidata alle municipali di Parigi, affronta un clima politico sempre più teso dopo il furto del 19 ottobre, messo a segno in pieno giorno e sotto gli occhi — letteralmente — di decine di telecamere.











