ROMA – Dario D’Ambrosi è un personaggio straordinario che in pochissimi conoscono. Oddio, forse “pochissimi” proprio no. In realtà milioni di persone in tutto il mondo l’hanno visto almeno una volta nella vita: era il centurione romano che frustava sadicamente Gesù Cristo in The Passion, il film di Mel Gibson che è stato uno dei più grandi successi di pubblico degli ultimi vent’anni. Ma naturalmente “rinchiuderlo” in quel ruolo sarebbe un grave errore. Perché D’Ambrosi, oltre che un attore, è un uomo di teatro, un regista (sia teatrale sia cinematografico), un “impresario e capocomico” (parole che la gente di teatro capisce e rispetta), un educatore e - oseremmo dire - un filosofo. Alla Festa di Roma è stato presentato il suo nuovo film Il principe della follia, ora in sala, e sarebbe bello se il pubblico avesse prima o poi l’occasione di incontrarlo. Non che il film sia una passeggiata di salute: è una sorta di “noir” che ogni tanto sconfina nell’horror e nel grottesco, e che mette in scena una famiglia che definire “disfunzionale” è quasi un complimento.
In una Jesi notturna, appunto da film noir, un tassista accompagna a casa un travestito. Poco dopo, fermandosi in un bar, vede in tv una televendita che lo lascia di stucco: un presentatore paralitico sta tentando di vendere non degli oggetti, ma la mamma e il papà... La donna è una ex ballerina, l’uomo è vestito e truccato da clown. E in scena c’è il travestito di cui sopra, che si esibisce in uno spogliarello. Da lì, si scende negli inferi. Non tutta la messinscena magari è impeccabile e il film cambia spesso registro, ma ciò che lo rende unico sta dietro le quinte: è il curriculum dello stesso D’Ambrosi, un uomo che queste cose le ha vissute in prima persona.






