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Nel maggio del 2016, quando il Leicester vinse a sorpresa la Premier League nella più sorprendente storia di calcio degli ultimi decenni, il Mjällby giocava nella terza divisione del calcio svedese. Meno di dieci anni dopo il Mjällby sta avendo una storia per molti versi affine a quella del Leicester: è una squadra che gioca in un piccolo stadio, in un paesino sul mare di circa mille abitanti, e ha appena vinto con tre giornate d’anticipo la Serie A svedese, l’Allsvenskan. È quasi certo che farà il record di punti nella storia del campionato, in cui per ora ha perso una sola partita su 27 giocate.

Il Mjällby ha attirato molte attenzioni, come sempre succede in questi casi. Ma oltre a certi tratti comuni ad altre storie di piccole squadre che ottengono grandi risultati, la storia recente del Mjällby ha a che fare con una serie di scelte che si sono rivelate molto efficaci. Sono scelte in cui è stato decisivo l’originale incastro tra un approccio tradizionale (che per esempio punta molto sui rapporti personali, in una squadra dove il capo osservatore fa il postino) e uno ben più innovativo (in cui hanno grande rilevanza i dati, con un preparatore senza esperienza professionistica scelto per l’originalità delle analisi calcistiche che pubblicava sui social).