Una call corale dai toni drammatici. Che fotografa la delusione per una svolta che non c'è o meglio rischia di materializzarsi in un gameover con un pessimo finale di partita. Volodymyr Zelensky chiama Europa dopo l'incontro con Donald Trump alla Casa Bianca. È sera sul meridiano di Greenwich e dintorni quando squilla il telefono che collega il leader ucraino con Roma, Berlino, Londra e Helsinki. Collegati da remoto con Giorgia Meloni, Keir Starmer, Friedrich Merz e Petteri Orpo ci sono anche Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte. Assente invece Emmanuel Macron, alle prese con le solite grane interne in tempi complicati per Parigi e durissimi per l'Eliseo.

Le notizie che arrivano dagli Usa non sono buone. Lo sanno già i leader attorno al tavolo virtuale che hanno assistito all'incontro con Trump avvenuto sotto gli occhi delle telecamere e il fuoco di fila di domande dei giornalisti embedded, i cronisti non ostili al tycoon, ormai i soli ammessi alla White House. Ma a dirla tutta gli europei avevano mangiato la foglia già prima, quanto Putin aveva chiamato Trump, di fatto bruciando la visita del leader in mimetica a Washington. E disinnescando la minaccia degli States sulla possibilità di inviare i temibili missili tomahawk a Kiev. Il bilancio di Zelensky è amaro e i timori che serpeggiano si fanno largo tra i volti scuri e le osservazioni dei leader. Ormai è chiaro che Trump non invierà i missili con cui Kiev sperava di compiere un salto di qualità nella dinamica del conflitto, forte di un'arma in grado di viaggiare a una velocità di 885 chilometri orari e colpire su una distanza di 2000 km. Le bombe continuano a piovere sull'Ucraina, rimarca Zelensky, e i droni a colpire con una ferocia senza precedenti. Mentre l'inverno si avvicina a grosse falcate, ragionano gli alleati, rendendo la guerra più dura, potenzialmente insostenibile.