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In nove università italiane gli studenti pagano tasse superiori ai limiti consentiti. Più precisamente queste università non rispettano la proporzione, stabilita da una legge del 1997, tra i soldi che ricevono dalle tasse studentesche e quelli che ricevono da finanziamenti statali. Le associazioni studentesche segnalano questa situazione da anni, ma ora lo ha riconosciuto anche il ministero dell’Università e della Ricerca, che ha inviato una lettera alla Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI) chiedendo di elaborare proposte e suggerimenti per risolvere il problema. La CRUI è un’associazione che raggruppa università statali e private e che si confronta spesso con il ministero, esprimendo pareri sulle sue attività o sui suoi progetti.
Ogni ateneo decide in autonomia gli importi delle tasse universitarie, ma entro alcuni limiti. La legge dice che le università possono riscuotere dagli studenti un importo non superiore al 20 per cento di quanto ricevono dal fondo di finanziamento ordinario, cioè i soldi che lo Stato dà loro per garantire il funzionamento delle attività istituzionali (viene usato per esempio per pagare il personale, fare manutenzioni o finanziare attività di ricerca). In pratica se un ateneo riceve 100 dallo Stato, ai suoi studenti può chiedere al massimo 20. D’altronde il fondo di finanziamento ordinario risulta in molti casi non adeguato all’aumento degli iscritti. Se una università ha più iscritti, e il fondo dallo Stato non aumenta, mantenendo le tasse invariate sfora i criteri di legge.









