Un salotto romano, due poltrone e un microfono. Senza tappeti rossi né flash, ma con l’aria rilassata di chi vuole raccontare una storia di cinema. Così, in un hotel del centro a due passi da via del Corso, si è svolta la masterclass organizzata da “Alice nella città” che ha riunito James Franco e Claudio Giovannesi, insieme nel film “Hey Joe”.
Davanti al pubblico, l’attore americano e il regista italiano hanno messo in piedi una conversazione tra amici più che una lezione di cinema, tra sguardi complici, battute e riflessioni sul mestiere. Franco ha raccontato il lavoro sul set napoletano come un’esperienza quasi documentaria: «Recitando con Claudio, ogni scena è molto soggettiva, perché le emozioni passano davvero attraverso il personaggio. C’erano solo due riprese, una dietro e una davanti, e basta. Le scene erano in un unico tempo, senza tagli: così anche gli attori non professionisti potevano immergersi completamente».
Un metodo, spiega, che «produce un cinema autentico, a metà tra documentario e sceneggiatura». Franco che è tornato a lavorare in Italia con il film “Squali” di Daniele Barbiero, uscito ieri nelle sale. «Quando ho iniziato a fare questo lavoro non ho avuto l’appoggio della mia famiglia. Pensavano che fossi matto. Ho avuto bisogno di mentori, persone che mi sostenessero. Cerco sempre progetti che mi piacciano, ma a volte è difficile: ci sono film bellissimi dal punto di vista creativo che però non hanno un grande business». Nel film interpreta Robert Price, imprenditore del tech che crede in un giovane programmatore. Un ruolo che lo riporta alle origini: «Il mondo della tecnologia mi è familiare. Sono cresciuto a Palo Alto, a pochi passi da casa di Steve Jobs. Andavo a scuola con sua figlia. Ma in quel mondo mi sentivo fuori posto: c’era troppa pressione. Io mi sono sempre sentito più vicino a un artista, qualcuno che resta un po’ ai margini».









