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In questi giorni ci sono dei turisti abbastanza eccezionali in giro per Londra: sono i 42 lottatori di sumo, tra i migliori del mondo, che fino a domenica parteciperanno al “Gran Torneo di Sumo” nella Royal Albert Hall, una delle sale da concerto più rinomate al mondo. Per ospitare il “Grande Torneo” la Royal Albert Hall è stata trasformata in un’arena con al centro un dohyō (il piccolo ring rotondo e coperto in cui si combatte) e, tra le altre cose, nuove sedie fatte per reggere fino a 200 chili di peso.

Seppur restino casi eccezionali, capita con sempre maggior frequenza nello sport che una o più partite di un torneo o di un campionato nazionale si giochino da tutt’altra parte. Sono anni, per esempio, che la Supercoppa italiana si tiene in Arabia Saudita, e proprio a Londra si sono spesso giocate partite di NBA o di NFL, cioè i campionati statunitensi di basket e football.

Vedere un torneo di sumo fuori dal Giappone però è molto più raro. Il sumo professionistico tradizionale – quello in cui gli atleti non sono suddivisi per categorie di peso, ma classificati solo in base ai risultati ottenuti – viene praticato solo in Giappone. Solo lì si svolgono i sei Grandi Tornei (Honbasho), da cui dipende la graduatoria ufficiale (il Banzuke), e solo lì ci sono le scuole dove formarsi come rikishi, lottatori professionisti. Ne è un esempio il quindicenne britannico Nicholas Tarasenko, che si è trasferito lì qualche mese fa proprio per poter iniziare una carriera nel sumo.