Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 15:16
La denuncia è terribile: “Sono stata appesa per i polsi e per le caviglie, ammanettata con catene di metallo, colpita sullo stomaco, sulla schiena, sul viso, sull’orecchio e sulla testa da un gruppo di guardie, uomini e donne, una delle quali si è seduta sul mio collo e sul mio viso, impedendomi di respirare”. Questo il racconto agghiacciante delle torture subite da Noa Avishag Schnall, fotoreporter ebrea di origini yemenite nata a Los Angeles negli Stati Uniti, arrestata l’8 ottobre dalle forze speciali israeliane sulla nave Conscience della Freedom Flotilla Coalition, con a bordo oltre cento tra medici e infermieri e alcuni giornalisti che volevano arrivare a Gaza. Lungo curriculum da fotografa e scrittrice, dallo Yemen alla Norvegia e all’Africa, era lì per documentare la spedizione umanitaria. Ora è libera come tutti gli altri partecipanti. Il caso è stato reso noto dalla Freedom Flotilla Coalition.
La nave Conscience e le otto barche a vela delle Thousand Madleens sono state bloccate all’alba dell’8 ottobre a circa 150 miglia nautiche dalle coste della striscia di Gaza. Qualche giorno prima, la notte tra il 1° e il 2 ottobre, erano state intercettate qualche decina di miglia più avanti le 43 barche della Global Sumud Flotilla. Tutti i partecipanti, i 462 della Sumud e i 150 della Freedom Flotilla, sono stati portati al porto di Ashdod e poi nel carcere speciale di Keziot. Cambiano le sigle e alcuni dettagli, l’obiettivo era sempre quello di forzare il blocco navale che da 18 anni stringe anche dal mare la Striscia, lasciando a Israele la piena potestà di stabilire cosa entra e cosa no in termini di aiuti alimentari, medicinali e operatori umanitari.






