Avanti tutta con l'elettrico puro, che per l'organizzazione Transport & Environment rappresenta l'unica opzione percorribile per migliorare l'impronta carbonica della mobilità su ruote. Dopo aver bocciato i motori convenzionali, anche in declinazione plug-in, e fatto lo stesso con gli efuels, adesso ha attaccato i biocarburanti. Per la T&E riservare così tanto suolo alla loro produzione “è uno spreco”.

Ecco i numeri

Attualmente coprono il 4% del fabbisogno energetico globale, ma – rileva il sodalizio – le coltivazioni destinate ai biocarburanti occupano 32 milioni di ettari di suolo agricolo a livello globale. Si tratta di una superficie paragonabile a quella dell’Italia, che però è appena lo 0,2% di quella planetario. L'organizzazione teme che “senza un cambio di rotta, entro il 2030 l'estensione crescerà del 60%, “arrivando a 52 milioni di ettari, ossia l’equivalente della Francia”. La T&E cita un'analisi di Cerulogy, una organizzazione di esperti che fa riferimento a Chris Malins (tutti autodefiniti esperti in politiche sui combustibili puliti e a bassa impronta carbonica), secondo la quale “se si considerano gli impatti dell'intera catena di approvvigionamento e del cambiamento indiretto dell'uso del suolo, oggi i biocarburanti emettono in media il 16% in più di CO2 rispetto ai combustibili fossili”. Di più: “Entro il 2030, si prevede che i biocarburanti emetteranno ogni anno 70 MtCO₂e in più rispetto ai combustibili fossili che dovrebbero sostituire, equivalenti alle emissioni di quasi 30 milioni di auto diesel”, assicura una nota della T&E, che punta il dito contro i carburanti a base di palma e soia, indicati “tra i peggiori per via della deforestazione e della perdita di torbiere indotta dalle relative colture”.