Il messaggio centrale è una frecciata dritta al mondo di oggi: «La condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo» scrive Leone XIV nel suo primo documento ufficiale. Che rappresenta il vero anello di congiunzione tra i due pontificati, ma anche una piattaforma pastorale, un “guida”.

È stata pubblicata Dilexi te, la prima esortazione apostolica di Robert Francis Prevost, un lavoro iniziato da Francesco sul tema del servizio ai poveri nel cui volto troviamo «la sofferenza degli innocenti». Il Papa denuncia l’economia che uccide, la mancanza di equità, le violenze contro le donne, la malnutrizione, l’emergenza educativa. Fa suo l’appello di Bergoglio per i migranti e ai credenti chiede di far sentire «una voce che denunci» perché «le strutture d’ingiustizia vanno distrutte con la forza del bene.

Sono convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido», scrive in premessa Prevost. Il documento parla di tutte le povertà, da quella economica a quella educativa, dai malati ai carcerati percorrendo tutte le categorie più fragili della società. «L’impegno a favore dei poveri rimane insufficiente», i criteri della politica sono «segnati da numerose disuguaglianze e, perciò, a vecchie povertà» se ne aggiungono «di nuove, talvolta più sottili e pericolose» scrive il Papa. Nel testo di Leone si legge che «dovremmo parlare forse più correttamente dei numerosi volti dei poveri e della povertà, poiché si tratta di un fenomeno variegato; infatti, esistono molte forme di povertà: quella di chi non ha mezzi di sostentamento materiale, la povertà di chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà». In questo senso, «si può dire che l’impegno a favore dei poveri e per rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, pur essendo diventato importante negli ultimi decenni, rimane sempre insufficiente; anche perché le società in cui viviamo spesso privilegiano criteri di orientamento dell’esistenza e della politica segnati da numerose disuguaglianze e, perciò, a vecchie povertà di cui abbiamo preso coscienza e che si tenta di contrastare, se ne aggiungono di nuove, talvolta più sottili e pericolose».