Nell’era dell’AI le telco tornano a essere un perno chiave della rivoluzione digitale. Restano nodi storici, dalla sostenibilità economica alla sovranità tecnologica, ma l’Italia scommette sul rilancio tra ricerca e competenze. L’esempio di Restartin collaborazione con Restart

di Andrea Frollà

Le telecomunicazioni sono da sempre la spina dorsale della società tecnologica contemporanea. Senza reti, nessuna applicazione, piattaforma o servizio digitale funzionerebbe. Senza connettività, l’intelligenza artificiale ormai entrata a pieno titolo nella quotidianità di persone, lavoratori e aziende sarebbe ancora fantascienza. Eppure, nonostante sia così cruciale per l’economia e la vita in generale, il settore delle telecomunicazioni vive da tempo una crisi strutturale che rischia di rallentare l’intero sviluppo digitale.

Negli ultimi 10 anni le grandi piattaforme globali che offrono servizi digitali hanno sviluppato modelli industriali vincenti, mentre le telco hanno faticato a remunerare i loro investimenti. Paradossalmente, pur essendo sempre più cruciali per la società, le infrastrutture scontano oggi margini di profitto sempre più ridotti e una scarsa capacità di attrarre investimenti e talenti. L’errore, osservano analisti, esperti e osservatori, è aver considerato le telecomunicazioni una commodity quando in realtà la connettività è parte integrante della transizione digitale e sostenibile. Rinunciare allo sviluppo delle infrastrutture di connettività significa rassegnarsi a osservare il progresso guidato da altri, in un contesto in cui gli investimenti in trasformazione digitale nell’area Emea (Europa, Africa e Medio Oriente), stima Idc, sfonderanno il muro dei 1.000 miliardi nel 2027.