REIM (ISRAELE). L’appuntamento con l’eterno presente d’Israele è alle 6, 30 del mattino, il sole incandescente si leva sul più grande cimitero del Paese promettendo, ingannevole, il risveglio della vita. Qui, dove due anni fa il tempo si è fermato e un popolo sgomento ha assistito in diretta al massacro dei suoi figli, tornare significa ricordare. Ricorda chi non perdona e spera nei negoziati in corso a Sharm el Sheik solo nella misura in cui riescano a riportare a casa i 48 ostaggi ancora a Gaza, come ricorda chi, erede del verbo pacifista di tanti dei kibbutz spazzati via da Hamas, vorrebbe guardare avanti ma gli occhi si appannano.

Gaza, la devastazione vista dall'alto: 200 mila edifici in macerie

«Tutti in Israele conoscono il nome di qualcuno che dal 7 ottobre non c’è più», dice l’infermiera sessantenne Vered Goloschleger. Milleduecento morti in poche ore, 250 rapiti di cui 48 ancora a Gaza, circa 500 militari caduti da allora all’interno della Striscia: tutti hanno un nome sulle labbra. Il suo è Bar Lior Nakmuli, l’amico più caro del figlio, un gigante che andava a canestro come nessuno e che da quando, piccino, era sopravvissuto a un attentato a Taba, sul Mar Rosso, credeva nel capriccio del destino. Vered e il marito Nachem sono venuti da Gan Yavnaa, vicino Ashdod, per ripercorrere con altri tremila ciclisti i 24 chilometri senza fine della statale 232, la strada del sangue. C’è chi pedala, chi passeggia, chi mangia i datteri offerti dalle famiglie, chi prega. È una parentesi ma, non è chiusa. Ciascuno offre un tassello del sabato, sottraendolo alla festa di Sukkot amata dai bambini, come se il puzzle potesse ricomporsi.