di
Giuliana Ferraino
Molte figure chiave hanno lasciato per i ritmi di lavoro e (anche) per le scelte politiche. Il tech-imprenditore sempre più ossessionato dalla sfida Ai. Quanto reggerà la sua spinta visionaria, prima di trasformarsi da acceleratore di innovazione a fattore di crisi?
Mike Liberatore è durato appena 102 giorni come chief financial officer di xAI. Sette giorni alla settimana in ufficio, oltre 120 ore complessive: «Amo lavorare duramente», ha scritto su LinkedIn prima di passare alla concorrenza, all’OpenAI di Sam Altman. Robert Keele, responsabile degli affari legali della stessa xAI, ha chiuso i suoi 16 mesi pubblicando un video generato dall’intelligenza artificiale: un avvocato in giacca e cravatta che urla mentre spala carbone incandescente. «Amo i miei due bambini e non riesco a vederli abbastanza», il suo commento d’addio.
Sono soltanto due esempi di un fenomeno che negli ultimi mesi ha assunto i contorni di un’emorragia di dirigenti. L’impero di Elon Musk — oltre 140 mila dipendenti distribuiti tra Tesla, SpaceX, xAI, X (ex Twitter) e Neuralink — ha visto partire figure chiave in tutti i settori: dall’auto elettrica all’intelligenza artificiale, fino alla comunicazione. Le ragioni? Ritmi di lavoro estremi, con l’imposizione della presenza in ufficio, pena la perdita del posto, cambiamenti strategici repentini, licenziamenti di massa e, sempre più spesso, il disagio per le posizioni politiche del fondatore.







