Rendere labili le linee tracciate dai confini e ridefinire i contorni della mappa del suono contemporaneo. La cultura del dj e la rivoluzione digitale continuano a far emergere scene locali, giovani produttori, artisti di ricerca negli angoli lontani del pianeta, come se fosse possibile l’esistenza di un ritmo planetario e della pista da ballo come territorio dello scambio e della condivisione. Ci credono, da 16 edizioni, gli organizzatori di ROBOT, il festival internazionale di musica elettronica in programma a Bologna dal 9 all’11 ottobre, con un prologo a settembre in uno spazio di incredibile suggestione, come la necropoli etrusca di Marzabotto.
“Dream On” è il titolo scelto quest’anno, un omaggio al potere del sogno, spesso l’unica risorsa a disposizione, specie se si vive nella parte sbagliata del pianeta. E’ il caso di una delle personalità più attese al Festival, la dj palestinese Samà Abdulhadi, adesso star della techno globale, che è stata a lungo animatrice della vivace scena di Ramallah, città giovane, ricca di fermenti musicali. Figura di rilievo sociale, ideatrice e sostenitrice di una piattaforma creata per dare voce e opportunità di lavoro a artisti provenienti da paesi fuori dalle rotte abituali del pop. Pur non avendo mai fatto proclami politici, Samà sostiene che basta la forza della sua musica per parlare di liberazione, qualche anno ha realizzato il brano “Al jur7 al nabid”, costruito intorno a una poesia di Mahmoud Darwish scandita dall’esplosione di bombe, missili e proiettili presi da filmati sulla guerra di Gaza del 2014. Una testimonianza, la sua presenza il 10 ottobre, di quante occasioni di comunicazione offra l’elettronica, che ha trovato da anni proprio nelle interpreti femminili le sue voci più originali.






