Mettere i soldi in banca o investirli in fondi assicurativi sono azioni con un enorme impatto sociale e ambientale. Serve a poco muoverci in bici, o professarci pacifisti, se poi affidiamo i nostri soldi a banche senza scrupoli che investono nel fossile o nelle armi.

Dall’ultima relazione del ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), oltre 10 miliardi di euro di importi sono risultati legati all’export di armi. Come denuncia la campagna banchearmate.org, gli istituti di credito si sono sempre più messi al servizio delle aziende belliche italiane. Una crescita inarrestabile in questi ultimi anni, se pensiamo che nel 2014 l’export era fermo a 2,5 miliardi di euro. I maggiori gruppi bancari coinvolti sono Unicredit, Deutsche Bank e Intesa Sanpaolo. A questi seguono la Banca Valsabbina, che risulta “la banca d’appoggio per l’esportazione di bombe aeree da parte di Rwm Italia all’Arabia Saudita” usate in Yemen.

Non solo armi. Nonostante i numerosi avvertimenti sia dal punto di vista ambientale che economico, questi colossi finanziari stanno continuando a sostenere l’industria fossile. Dopo gli accordi di Parigi sul Clima (2015) le cose sono addirittura peggiorate, con le principali 35 banche del mondo che hanno investito nel fossile 2.700 miliardi di dollari. Nell’ultimo anno, hanno aumentato del 34% i loro investimenti nella ricerca ed estrazione di petrolio e gas nell’Artico e del 134% nella ricerca ed estrazione di petrolio e gas offshore. Greenpeace scrive che “Aig (American International Group), ad esempio, è considerata la peggiore compagnia nel settore assicurativo, dato il suo supporto a un nuovo progetto condotto in Australia dal gigante del carbone Adani, nel cui finanziamento è in parte coinvolta anche la banca italiana Intesa Sanpaolo”.