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La speranza di un rilascio immediato degli ostaggi si è trasformata in cauta attesa. Dopo aver accettato in linea di principio il piano proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Hamas ha comunicato che non potrà restituire tutti gli ostaggi entro le 72 ore previste. Un colpo di freno che riporta le trattative su un terreno più realistico, ma anche più fragile, a poche ore dalla scadenza fissata da Washington.

In una nota diffusa nella notte, un portavoce del movimento islamista aveva spiegato che “il rilascio di tutti gli ostaggi richiede coordinamento, garanzie internazionali e la fine immediata dei bombardamenti israeliani”. Non si tratterebbe, quindi, di un rifiuto, ma di una richiesta di tempo e condizioni operative migliori per mettere in pratica quanto previsto dal piano Trump.

Secondo fonti israeliane, nelle mani di Hamas restano 48 ostaggi, di cui circa 20 ritenuti ancora vivi. Gli altri sarebbero deceduti o dispersi in zone di combattimento. Dall’inizio del conflitto, 148 persone sono già state liberate e 51 corpi sono stati restituiti alle famiglie israeliane.

Il documento americano fissa un calendario serrato: cessate il fuoco immediato, ritiro graduale delle truppe israeliane, rilascio degli ostaggi entro 72 ore e successivo scambio con prigionieri palestinesi. Hamas giudica però il termine “irrealistico”, spiegando che alcuni ostaggi si trovano nelle mani di cellule non controllate direttamente, come quelle della Jihad islamica, che operano in aree del sud di Gaza.