Era il 2018 quando Alfa Romeo lanciava negli Stati Uniti uno spot per la Giulia. Un uomo saliva su un’auto senza volante – un monstrum tecnologico, un presagio di futuro – e iniziava un dialogo surreale con la macchina. Lui, sarcastico e frustrato, lei, imperturbabile, incapace di cogliere l’ironia. “Volevo solo guidare!”, sbottava alla fine l’umano, esasperato, prima di ritrovarsi, come per magia, al volante della Giulia, una berlina che ancora odorava di benzina e libertà. Lo spot, con una strizzata d’occhio, dipingeva le auto a guida autonoma come fredde, senz’anima, e la Giulia come l’ultima roccaforte per gli amanti della guida. “Last chance to drive”, diceva. Otto anni fa. Otto. Sembra un secolo.

Oggi, quel futuro preconizzato è qui, e non ha più il sapore di una distopia da spot pubblicitario. Arthur Mensch, fondatore di Mistral, colosso francese dell’intelligenza artificiale, lo ha detto senza giri di parole in un’intervista a LA STAMPA: “Dobbiamo pensare le auto come robot, macchine che interagiscono con gli umani”. Il volante? I pedali? Reliquie di un’epoca analogica, destinate a dissolversi come i dischi in vinile o le cabine telefoniche. “Ora siamo in grado di parlare con le macchine”, spiega Mensch, “e comandarle tramite voce, in modo che comprendano profondamente la nostra intenzione”. Immaginatevi: siete in macchina, dite “Portami a casa”, e l’auto, con la cortesia di un maggiordomo digitale, esegue. Non digitate, non toccate: parlate. L’esperienza di guida diventa un dialogo, un’interazione vocale iper-personalizzata, come se l’auto fosse un’estensione del vostro pensiero. Ma il pensiero, si sa, è pigro: e se l’auto finisse per pensare al posto nostro? Non è solo una questione di comandi vocali. L’intelligenza artificiale, ci racconta Mensch, sta rivoluzionando l’automotive a un livello quasi metafisico. Nelle fabbriche Stellantis, per esempio, i “digital twin” – gemelli digitali che simulano i processi produttivi – hanno già tagliato del 23% il consumo energetico di due stabilimenti. E ora, con l’AI generativa e i modelli predittivi, si promettono ulteriori salti in avanti: efficienza, ottimizzazione, risparmio. Parole che scaldano il cuore degli ingegneri e dei contabili, ma che ai romantici del volante, fanno venire un brivido. Perché un’auto che si guida da sola, che parla, che ottimizza, è ancora un’auto? O è, come dice Mensch, un robot? Otto anni fa, lo spot dell’Alfa Romeo ci faceva sorridere: l’idea di un’auto senz’anima ci sembrava una boutade, un’esagerazione per vendere qualche Giulia in più. Oggi, quelle immagini sembrano un oracolo. Il volante sta diventando un optional, i pedali un ricordo. E il desiderio di guidare, quel “Volevo solo guidare” urlato dall’uomo nello spot, rischia di diventare un’eco nostalgica, come il suono di un motore a scoppio in un mondo di batterie silenziose. Forse il problema non è l’auto che guida da sola, ma il fatto che noi abbiamo smesso di voler guidare. Stiamo barattando l’ultima “chance to drive” per un posto in platea, spettatori di un mondo che corre senza di noi.