NEW YORK - Idolo dei tifosi di football, commentatore televisivo, attore, testimonial di un celebre spot della Hertz. Ma ciò che ha contato di più nei nove mesi di processo e nel verdetto è stato il colore della pelle di O.J. Simpson. Nei commenti e nei dibattiti del giorno dopo, ancor più che nei minuti immediatamente successivi alla sentenza, con i bianchi in lacrime e i neri con i pugni alzati al grido di "Sia gloria a Dio", egli è diventato il simbolo di un paese diviso. È un segnale drammatico e inquietante se proiettato in una prospettiva politica: tra pochi mesi, quando partirà la grande corsa elettorale, l'America potrebbe trovarsi per la prima volta nella sua storia davanti a un candidato nero alla Casa Bianca, Colin Powell.
Entrambi, l'ex campione sportivo e l'ex generale, con le loro storie personali di successo, di fama e di ricchezza (Powell sta facendo soldi a palate con il libro autobiografico significativamente intitolato "Il mio viaggio americano", che potrebbe essere il trampolino di lancio verso un'ancora ipotetica candidatura) hanno raggiunto il massimo livello di integrazione nell'establishment. Eppure, il fattore razziale può essere stato determinante nel giudizio su Simpson imputato, come potrà esserlo nella valutazione popolare su Powell candidato.






