Piccole istantanee. Così Stefania Auci, nella sua prefazione, definisce i racconti di Giuseppe Cerasa. Storie private e vicende pubbliche, in cui non si può non incrociare gli anni più bui della sua amata isola, quando politica e mafia si intrecciavano fino quasi a rendersi indistinguibili, ritratti con lo sguardo disincantato dell’autore.
Polaroid raccolte in Sipario siciliano da Cerasa, giornalista di lungo corso, prima a Palermo e poi, per anni, alla guida della redazione romana di Repubblica. Con una scelta ben precisa: raccontare la sua amata Sicilia attraverso la descrizione degli eventi minori, con la minuzia e il rigore del cronista. E un obiettivo preciso: ribaltare i troppi luogi comuni che accompagnano la narrazione dell’isola. «A cominciare — spiega Cerasa — da quelli che ci descrivono come gente che piange sempre, che si lamenta. O che immaginano le donne ancora sottomesse». Proprio loro rappresentano una delle spine dorsali del libro, e, più in generale, della Sicilia stessa. Storie di donne che si sono ritagliate uno spazio in un mondo che da sempre le ha relegate ai margini, e che sono riuscite a rivendicare e difendere i propri diritti.
Ma Sipario Siciliano è anche un memoir, un romanzo di formazione intriso di passione, mai sopita, per il giornalismo. E così anche la carriera di Cerasa diventa una sorta di fil rouge attraverso cui legare momenti e figure che segnano la storia, non necessariamente quella con la “s” maiuscola. Che non manca, a cominciare dall’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, con la moglie e un agente della scorta. Cerasa arriva per primo e scrive il pezzo per Repubblica. Al volo, con la rapidità che allora consentiva una macchina per scrivere perennemente inceppata. E poi i volti di uomini straordinari, come quel Danilo Dolci (che Cerasa in realtà non nomina mai), padre della nonviolenza o di altri, inquietanti come Salvo Lima (anche lui da intuire, ma non è difficile), che arriva a minacciare personalmente Cerasa.







