«L’Europa non ha colto la gravità della situazione. Si trova oggi in una posizione peggiore rispetto a un anno fa. Il nostro modello di crescita si sta sgretolando. Il nostro futuro è in gioco. Dobbiamo ottenere risultati in mesi, non in anni». È stato un italiano, Mario Draghi, a formulare questa valutazione brutalmente onesta della politica europea la scorsa settimana. L’economia italiana almeno mostra ancora crescita. Ma nel resto d’Europa, gli attori stanno aspettando, apparendo scoraggiati a prima vista. Il cosiddetto accordo tariffario con Donald Trump rafforza questa paralisi.

Ad onor del vero, Ursula von der Leyen ha messo la riduzione della burocrazia in cima all’agenda. La Commissione deve promuovere un enorme cambiamento culturale. Gli stessi funzionari che hanno elaborato e difeso le regole labirintiche sui rapporti di sostenibilità e sulle catene di approvvigionamento sono ora incaricati di smantellare la complessità che hanno creato. Sarebbe un’impresa notevole, se l’apparato non fosse così impegnato a paralizzare sé stesso.

Le tanto decantate “leggi omnibus”, che molte aziende sperano disperatamente possano fornire sollievo, attendono ancora l’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio. È proprio in questa congiuntura critica che il rischio di ulteriori ritardi incombe maggiormente.