Inaugura l'8 ottobre a Napoli la mostra 'O sciore cchiù felice (è o sciore senza radice). Abbiamo chiesto al curatore Paolo Casicci di raccontarci il filo della selezione e gli autori e le autrici in mostra, tra progetto e vocazione artistica.
Il design o trasforma o non è. Questo mi sono detto quando ho raccolto l'invito di Roberta Borrelli e di Paolo Maria Russo a curare una collettiva tra design e arte presso lo spazio di Russo nel cuore del quartiere Chiaia a Napoli.Viviamo tempi complicati, in cui parole come identità e appartenenza mostrano il loro rovescio che trasformiamo nel pretesto per conflitti di ogni genere. Il design può diventare, in questo senso, una leva formidabile per il dialogo, l'invito potente a mettere in discussione le appartenenze di ogni tipo - geografiche, familiari, culturali - e aprirsi all'altro.
The Iron Distancy, opera di Alessandra Pasqua
Per questo, per l'allestimento a cura di Roberta Borrelli Make Your Home, ho pensato per la mostra a designer e ad artisti capaci di realizzare oggetti che trasformano le radici in qualcos'altro, figure che aggiungono un gene nuovo al loro stesso Dna, progettisti che mediano tra passato e presente per dare vita ad alchimie inedite. Argille e lane, teste di moro e caffettiere, reti da pesca che diventano plastica per mobili ecologici. I pezzi in mostra sono evoluzioni frutto di un percorso interiore che mette in discussione l'artista stesso. Lo spunto per la collettiva arriva dalla città che accoglie la mostra e l'ha suggerita: Napoli, in particolare i trent'anni di 'O sciore cchiù felice, brano del gruppo musicale napoletano Almamegretta, che nel 1995 usava l'apologo del fiore reciso per parlare della libertà vera e di quella apparente. Il fiore più felice, cantava la band, è quello reciso che forma un mazzo insieme ad altri dai colori tutti diversi: un inno ad aprirsi oltre i confini e i recinti geografici ed etnici, politici e religiosi.






