La mostra «Cecil Beaton’s Fashionable World» sarà visitabile alla National Portrait Gallery di Londra a partire dal 9 ottobre. Un omaggio grandioso, nonché la prima monografica dedicata all’apporto fondamentale che Beaton diede alla fotografia di moda e di ritratto. Un viaggio di solo fascino che merita un approfondimento. Occasione d’oro viene offerta da un sensazionale servizio- intervista. Si leggeva sulla rivista «Novità», a pagina 94 del numero 163 dell’ottobre 1964. Venivano presentati in anteprima costumi e ambienti realizzati da Cecil Beaton per «My Fair Lady» di George Cukor. Il film-evento sarebbe arrivato di lì a poco nelle sale. Il contributo di Beaton a quel capolavoro gli valse allora ben due Oscar. Oggi, a quarantacinque anni dalla scomparsa di questo talento senza confini, riprendere le sue considerazioni è muoversi tra eleganza, british humour e superbe fotografie. Insieme a scoperte imprevedibili, come l’incantamento di Audrey Hepburn per i modelli creati da Beaton per la pellicola. L’attrice se ne invaghì e volle provarli tutti, pure quelli pensati per le altre donne del film. Li indossò «uno per uno, appena terminate le riprese» e Cecil Beaton la ritrasse. L’intervista su «Novità», incorniciata da geniali scatti scontornati, restituiva molto del carattere e della personalità di Beaton e permetteva di addentrarsi nel suo atelier di lavoro. «My Fair Lady» trattenne Beaton per dieci mesi negli Stati Uniti. «È stato terribile: soprattutto per una persona come me, che ha radici ben piantate nel proprio Paese». Dapprima lui s’era illuso di poter assolvere all’incarico restando in Inghilterra. Ma «George Cukor mi volle là. Cukor è un regista secondo le più profonde tradizioni hollywoodiane: vive a Hollywood, ama Hollywood; ama i film, vive dirigendo film. Tutta la sua vita comincia e finisce a Hollywood, non va oltre i cartelli stradali che danno il benvenuto nella città». Beaton comunque riconosceva che Cukor aveva visto giusto nel richiedere la sua presenza sul set: «aveva ragione. Era l’unico modo. Ci accorgevamo giorno per giorno di nuove cose necessarie». Del resto, importante davvero per lo scenografo Beaton era avere avuto la disponibilità di muoversi autonomamente nella realizzazione dei bozzetti: «Sì, nel modo più assoluto. A quelli di Hollywood piace lasciar carta bianca». La cosa gli era assai congeniale: «mi diverto quando ho delle responsabilità. È una cosa che mi stimola a fare».
Quando Cecil Beaton raccontava «My Fair Lady»
Mentre la National Portrait Gallery di Londra celebra il leggendario scenografo e costumista, riscopriamo come raccontava un capolavoro della storia del cinema






