Unica prima scelta assoluta italiana al Draft Nba, ambassador della Supercoppa e socio-investitore di un’applicazione che scova i campetti da basket. Quarantenne tra un mese, Andrea Bargnani non ha nostalgia di una carriera da 7.873 punti segnati e 550 partite giocate con le maglie di Toronto, New York e Brooklyn in Nba, 73 presenze azzurre, uno scudetto e due Coppe Italia con Treviso. Il «Mago» da sette anni si occupa di altro: «Già ai tempi della Nba avevo iniziato a studiare altre cose e a interessarmi al settore immobiliare, finanziario e assicurativo». Il Bargnani imprenditore ha investito anche sul basket, entrando come socio e brand ambassador dell'applicazione Pick-Roll: nostalgia dei canestri? «No, ma è davvero il mio primo investimento che ha a che fare con la pallacanestro. Ho conosciuto il fondatore, Dario Ferretti, e mi ha spiegato che si trattava di un “Waze” per campetti di basket: permette di localizzarli in ogni parte del mondo e organizzare partite. L'idea, essendo cresciuto nei playground, mi è piaciuta: un’applicazione che porta i ragazzi di oggi, quasi sempre appiccicati a qualche aggeggio elettronico, a fare sport, è qualcosa di raro e utile». Quindi non le manca il basket? «Ho smesso relativamente presto, se mi fosse mancato avrei anche potuto ricominciare. Forse mi manca la partita, ma solo quella. Non ho rimpianti per la mia carriera». Neanche, con le sue caratteristiche da lungo perimetrale, di vedere cosa avrebbe fatto adesso? «Onestamente no. Nel basket, come nella vita, le cose vanno prese per come sono. Quando giocavo, i lunghi come me erano rari e avevano dei vantaggi. Come il non marcare sempre Shaquille O’Neal nel pitturato, ad esempio. Adesso sono la norma e magari non possono avere un trattamento di favore». Shaq è l'avversario Nba più impressionante? «Grazie a Dio, l’O’Neal che ho incrociato non era quello immarcabile di qualche anno prima: rimaneva fortissimo, ma non spingeva più come un tempo. Direi, tra i big, Tim Duncan e Kevin Garnett. Ma anche Al Harrington, uno che sapeva fare tutto». La canotta Nba che più le è rimasta addosso? «Quella dei Raptors. Sono stato felice per il loro titolo nel 2019, pur avendo smesso. A Toronto, una sorta di seconda casa, c'è sempre stata un’idea molto internazionale della franchigia, grazie a manager come Maurizio Gherardini e Jerry Colangelo. Il Canada ormai è così: negli ultimi anni c’è stato un boom di richieste di cittadinanza». Ha visto la Nazionale agli Europei? «Tutte le partite. Ho ammirato un bel gruppo, merito innegabile di Pozzecco. Tecnicamente, l’Italia mi è sembrata una squadra con qualche problema in attacco. Le due finaliste, Germania e Turchia, erano di un altro livello». Un consiglio a Niang, Procida e agli altri azzurri con il sogno Nba – e magari già una chiamata – nel cassetto? «Di fare il proprio percorso serenamente e non ascoltare troppo gli altri». Della Nazionale passata, quella di Bargnani, Datome, Gallinari e Belinelli, avrà almeno il rimpianto che siete stati poco insieme? «Quello è innegabile, lo dicono i numeri. Io 73 presenze, “Gallo” 83: guardando la Spagna, i giocatori di quella generazione sono arrivati a 190-200 gare. Con maggiore continuità, sarebbero potuti arrivare risultati più importanti». Tra passato, presente e futuro: conosce molto bene, tra Treviso e Toronto, Maurizio Gherardini, il presidente designato della Lega Basket... «La persona giusta: non tanto per il curriculum e le esperienze. Maurizio è il Jerry Colangelo europeo e avrà l'umiltà di prendere i modelli virtuosi di chi sta meglio, penso alla Spagna, e applicarli alla Serie A». Ambassador della Supercoppa: torneo spesso sottovalutato, ritenuto addirittura una condanna a non vincere lo scudetto... «Tutte cavolate. Non vincerla, lo dico avendola giocata, fa rodere. Meglio partire subito bene. E poi è anche un appuntamento importante per i tifosi». In semifinale c’è subito Olimpia-Virtus: lo scudetto rimane un affare loro? «Vedo tante realtà che stanno progredendo e investendo: Trieste, Napoli, Brescia, Trento o Trapani. Milano e Bologna, anche per i budget, restano le più attrezzate, ma non è così automatico che vincano». Ci pensa che potrebbe essere l’ultima stagione in panchina per Ettore Messina, suo allenatore a Treviso e in Nazionale? «Voglio bene a Ettore e manteniamo un rapporto stretto. Il suo futuro è una questione molto intima, solo lui può sapere cosa farà: se vuole smettere è giusto che smetta, se vuole allenare per altri vent'anni è sacrosanto che continui. Spero solo che realizzi il suo sogno, qualunque esso sia». Le tre persone a cui Bargnani deve dire grazie? «Mia mamma, il mio allenatore nelle giovanili del Sam Basket Roma, Roberto Castellano, e Ettore Messina».
Bargnani: “Con un’app faccio giocare i ragazzi a basket, non ho rimpianti. La Supercoppa conta”
Oggi al Forum le semifinali del primo trofeo stagionale: alle 18 Trento-Brescia, alle 21 Virtus Bologna-Milano. Il “Mago”, l’ex campione unico italiano prima s…






