Il Trattato sull’alto mare diventa, finalmente, realtà. Dopo due interminabili decenni di negoziati, le ratifiche si sono susseguite in fretta fino al rush finale di metà settembre: dopo Sri Lanka, Saint Vincent e Grenadine e Sierra Leone, il 19 settembre 2025 è arrivata la sessantesima, quella del Marocco. È un traguardo storico, perché significa che esiste per la prima volta un accordo giuridicamente vincolante per proteggere gli ecosistemi e la vita marina nelle acque internazionali. L’entrata in vigore ufficiale è fissata dopo 120 giorni, il 17 gennaio 2026.Quanto vale questo trattatoLa lunga e accidentata storia del primo trattato che protegge gli oceaniE l'Italia, dov'è?Perché bisogna prendersi cura dell’alto mareCosa cambia ora, con l’entrata in vigore dell’High seas treatyLa biodiversità marina è un patrimonio da proteggereUn trattato per proteggere 3.000.000.000.000 di dollari l'anno, il 5% del pil globaleLa lunga e accidentata storia del primo trattato che protegge gli oceaniSono passati più di vent’anni da quando, nel 2004, un gruppo di lavoro informale alle Nazioni Unite iniziò a confrontarsi su come tutelare la biodiversità marina nelle acque che ricadono al di fuori dalle giurisdizioni nazionali. L’alto mare, appunto: una definizione che corrisponde ai due terzi degli oceani del pianeta.Con una risoluzione del 19 giugno 2015, l’Assemblea generale dell’Onu decise che serviva uno strumento giuridicamente vincolante, e chiese a un Comitato preparatorio di definire le raccomandazioni di base. Una Conferenza intergovernativa si riunì cinque volte per discuterle, tra il 2018 e il 2023. Fino all’adozione formale del Trattato sull’alto mare, il 19 giugno 2023.E l'Italia, dov'è?Ma mancavano all’appello le ratifiche: perché entrasse in vigore ce ne sarebbero volute 60. La strada sembrava quindi ulteriormente in salita, almeno fino alla terza Conferenza Onu sugli oceani tenutasi dal 9 al 13 giugno 2025 a Nizza, in Francia. Alla vigilia, 27 stati avevano sottoscritto un impegno vincolante: alla chiusura del summit erano 50 e altri si dicevano pronti a seguirli. Promesse mantenute, come dimostrano queste ultime ratifiche che sanciscono l’entrata in vigore dell’accordo. Manca all’appello, però, l’Italia. Da ormai nove anni, infatti, il nostro paese non ratifica alcun accordo internazionale per la protezione del mare, denuncia Greenpeace.Perché bisogna prendersi cura dell’alto mareÈ fatta, dunque, per il Trattato sull’alto mare – o Bbnj Agreement, dal suo interminabile nome ufficiale che in italiano suona come Accordo nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina nelle aree al di là della giurisdizione nazionale (sic!).“Questo momento storico è il culmine di anni di dedizione e di diplomazia globale da parte di governi e stakeholder”, commenta Rebecca Hubbard, direttrice della High Seas Alliance. “Il Trattato sull’Alto mare è una potente testimonianza del multilateralismo: dimostra ciò che il mondo può ottenere quando si unisce per il bene comune del nostro oceano, che copre oltre il 70% del pianeta”.Ma perché ce n’era bisogno? Secondo la Convenzione Onu sul diritto del mare, gli stati hanno piena sovranità solo sulle proprie acque territoriali, entro le 12 miglia nautiche dalla costa. Tra le 12 e le 200 miglia nautiche c’è la Zona economica esclusiva (Zee) in cui solo lo stato costiero ha diritti sovrani per esempio sulla pesca, sull’estrazione di minerali e idrocarburi e sulla produzione di energia rinnovabile. Tutto il resto è considerato alto mare. Ciò significa che non vigono regole di tutela uniformi – se non quelle generali della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare – e quindi chiunque è libero di sfruttarne le risorse. Appena l’1% dell’alto mare era finora protetto.Cosa cambia ora, con l’entrata in vigore dell’High seas treatyL’obiettivo numero uno del Trattato sull’alto mare è far crescere in fretta questa percentuale. I paesi potranno proporre – e mettere ai voti – le zone da designare come aree marine protette, permettendo così soltanto le attività economiche “coerenti con gli obiettivi di conservazione”. Un passaggio fondamentale per poter rispettare la promessa fatta nel 2022 alla Cop15, la conferenza delle parti sulla biodiversità di Montréal: trasformare in aree protette il 30% delle terre emerse e il 30% dei mari entro il 2030.In più, i paesi aderenti si impegnano a condividere “in modo giusto ed equo” le scoperte legate allo sfruttamento delle risorse genetiche marine. L’intento è quello di permettere alle nazioni in via di sviluppo, che non hanno i mezzi per finanziare le ricerche scientifiche, di beneficiare comunque dei loro progressi, ad esempio in campo farmaceutico e alimentare.Un altro caposaldo è l’obbligo di effettuare una valutazione di impatto ambientale prima di intraprendere attività che hanno un impatto nocivo, o ancora sconosciuto, sulla vita marina. Un tema di attualità, considerato che gli Stati Uniti di Donald Trump spalleggiano i colossi minerari intenzionati a estrarre materie prime critiche dai fondali attraverso la controversa tecnica del deep sea mining. Una tecnica molto controversa, anche perché intacca ambienti che per il 99,9% sono ancora inesplorati.Di tutto questo si discuterà all'ennesima Conferenza delle parti (Cop): un’altra, che si aggiunge a quelle sul clima, sulla desertificazione, sulla biodiversità e alle altre Cop legate a trattati specifici. Questa Cop sarà la prima dedicata all’alto mare e dovrà essere programmata entro un anno dall'entrata in vigore, probabilmente nel 2027.La biodiversità marina è un patrimonio da proteggere“L’alto mare non appartiene a nessuno. Ciò che esiste qui è di tutti”, sottolinea Julio Cordano, funzionario cileno che ha partecipato ai negoziati. “Dev’essere governato sulla base di principi di prudenza ed equità. Questo accordo lo rende possibile”. Proprio Cordano sta lavorando per istituire un’area marina protetta nelle dorsali di Salas y Gómez e Nazca, due catene montuose sottomarine nell’oceano pacifico sud-orientale che fungono da habitat per una biodiversità unica, tra cui 82 specie minacciate o in pericolo di estinzione.Nel mondo sono più di 1.550 – su un totale di 17.903 – le piante e gli animali marini classificati come a rischio di estinzione nella Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Il risultato di una “tempesta perfetta di attività umane insostenibili che decimano la vita marina nel pianeta”, per riprendere le parole del direttore generale dell’Iucn Bruno Oberle. Tra le specie di coralli duri, quelle minacciate sono addirittura il 44%.Un trattato per proteggere 3.000.000.000.000 di dollari l'anno, il 5% del pil globaleProteggere la biodiversità marina equivale a proteggere noi stessi. Perché gli oceani ci forniscono servizi ecosistemici insostituibili, dalla regolazione del clima (perché le praterie di fanerogame assorbono CO2 e rilasciano ossigeno) fino al turismo, all’alimentazione, al valore spirituale e culturale che rivestono. Il Wwf ha provato a tradurre in cifre il valore delle risorse marine e costiere, arrivando a una stima di 3mila miliardi di dollari all’anno, quasi il 5% del prodotto interno lordo globale. Depredare questa biodiversità a un ritmo superiore a quello che può sostenere significa minare gli equilibri degli oceani e, con loro, le basi della nostra sopravvivenza. Se i poteri economici non sono disposti ad auto-limitarsi, spetterà al multilateralismo imporre un cambiamento di rotta.
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