In occasione dell’80ª Assemblea generale delle Nazioni Unite si è svolta una sessione di alto livello promossa dall’Early Childhood Peace Consortium (Ecpc) con un titolo che non lascia spazio ad esitazioni: “Stop alla guerra sui bambini”. L’incontro, presso la Missione Permanente d’Irlanda e organizzato dalla Fondazione Telefono Azzurro e della Fondazione Child, ha portato al centro del dibattito internazionale la condizione dei bambini nei conflitti armati, ricordandoci che l’infanzia continua a pagare il prezzo più alto delle guerre. Secondo le Nazioni Unite, oltre 460 milioni di bambini nel mondo vivono in aree colpite da conflitti armati, esposti a violenze, fame e privazioni. L’Onu ha documentato nel 2023 più di 32.000 gravi violazioni contro minori in contesti di guerra: uccisioni, mutilazioni, rapimenti, stupri, reclutamento forzato, attacchi a scuole e ospedali. Dietro questi numeri ci sono volti e storie di bambini privati della possibilità di crescere, studiare e sognare un futuro. Inoltre, solo nel 2024 le violazioni gravi contro i bambini nelle zone di guerra hanno registrato un aumento del 25%, un dato allarmante che ci impone una riflessione urgente e una chiamata all’azione concreta. Il messaggio emerso dalla sessione è stato chiaro: non possiamo più rimandare la protezione dei diritti dei bambini. Le evidenze scientifiche indicano chiaramente che i primi anni di vita sono determinanti nello sviluppo futuro della persona, ed è proprio in questa fase che si formano le competenze socio-emotive, la capacità di costruire relazioni e di vivere nel rispetto dell’altro e delle diversità. Allo stesso tempo la scienza ci dimostra che i traumi vissuti con la guerra si trasmettono da una generazione all’altra, alimentando nuove spirali di violenza e marginalità. Investire nello sviluppo della prima infanzia è dunque non solo un dovere morale, ma anche una strategia efficace e sostenibile per spezzare i cicli del conflitto e promuovere la coesione sociale e una pace duratura. Durante l’evento, la Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza contro i bambini, Najat Maalla M’jid, ha ribadito la centralità dell’ascolto dei minori nelle politiche di pace. L’Arcivescovo Gabriele Caccia, Osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, ha richiamato la responsabilità morale della comunità internazionale. Esperti come Catherine Panter-Brick, Theresa Betancourt e Hirokazu Yoshikawa hanno mostrato come programmi basati su evidenze possano rafforzare la resilienza di bambini e famiglie anche nei contesti più fragili. Esperti di tutto il mondo chiedono con forza che nei prossimi anni vengano garantiti programmi di intervento che si basano su evidenze scientifiche, integrandoli nelle risposte umanitarie. Inoltre, è importante diffondere programmi educativi e di sostegno alla genitorialità nelle aree colpite da conflitti e mantenendo un advocacy instancabile con l’obiettivo di fermare le conseguenze delle guerre sui bambini e sugli adolescenti. Telefono Azzurro e Fondazione Child riconoscono con urgenza il valore di questo appello e sono impegnate in prima linea nei contesti di guerra in Ucraina e in Medio Oriente attraverso il progetto Erice sulla salute mentale. I bambini nei conflitti non sono solo vittime invisibili, ma anche portatori di resilienza e speranza. In altre parole, sono il punto da cui ripartire. Le nostre esperienze ci dimostrano che è possibile coniugare ricerca scientifica, intervento diretto e advocacy internazionale per costruire risposte efficaci e una società più giusta, resiliente e inclusiva. Il dovere della comunità internazionale oggi è rompere il silenzio e agire. Fermare la guerra sui bambini significa costruire pace per l’intera umanità. Non c’è più tempo da perdere: le voci dei bambini ci chiedono di ascoltare, di proteggere, di trasformare la loro speranza in realtà. * Presidente della Fondazione Telefono Azzurro e della Fondazione Child