Perdonate se, fra tante notizie di rilievo, una piccola e marginale mi ha ipnotizzato: la cantante Dua Lipa ha rimosso il manager David Leavy: lei è molto filopalestinese e reputa lui troppo filoisraeliano, tanto da aver firmato una petizione per impedire ai Kneecap, band palestinese, di salire sul palco di Glastonbury. Mentre cercavo dettagli su questa appassionante gara a far fuori gli altri per questioni d’etnia e d’opinione, mi sono imbattuto in una notizia ulteriore, ancora più ipnotica: tre consiglieri d’amministrazione della Rai – Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale – hanno chiesto all’Italia di non partecipare all’Eurovision 2026 se di nuovo dovesse essere ammesso il (o la) rappresentante d’Israele. Quando mi chiedo che senso abbia boicottare i cantanti israeliani a causa di Bibi Netanyahu, mi si risponde che così è stato fatto coi cantanti russi a causa di Putin, ed è il classico modo di pensare da mozzaorecchi. Mi sembrerebbe invece tanto più saggio il contrario, ovvero riammettere i russi proprio perché si continuano ad ammettere gli israeliani. Dove si canta – dove si fa arte – non si fa la guerra. Martedì sulla Stampa c’era un’intervista al grande Uto Ughi, violinista amato in tutto il mondo. Ha ricordato Daniel Barenboim e la sua Said-Akademie, dove musicisti ebrei e palestinesi studiano insieme e suonano insieme, e non si sparano addosso. Uto Ughi non è soltanto un artista speciale, è anche un uomo consapevole che tutto quanto possiamo fare di sensato noi qui, mentre là c’è il massacro, è di tenere salda l’idea e soprattutto la pratica della pace.
Le buone pratiche
Perdonate se, fra tante notizie di rilievo, una piccola e marginale mi ha ipnotizzato: la cantante Dua Lipa ha rimosso il manager David Leavy: lei è molto filopalestinese e reputa lui troppo filoisraeliano, tanto da aver firmato una petizione per impedire ai Kneecap, band palestinese, di salire sul palco di Glastonbury. Mentre cercavo dettagli su questa appassionante gara a far fuori gli altri per questioni d’etnia e d’opinione, mi sono imbattuto in una notizia ulteriore, ancora più ipnotica: tre consiglieri d’amministrazione della Rai – Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale – hanno chiesto all’Italia di non partecipare all’Eurovision 2026 se di nuovo dovesse essere ammesso il (o la) rappresentante d’Israele. Quando mi chiedo che senso abbia boicottare i cantanti israeliani a causa di Bibi Netanyahu, mi si risponde che così è stato fatto coi cantanti russi a causa di Putin, ed è il classico modo di pensare da mozzaorecchi. Mi sembrerebbe invece tanto più saggio il contrario, ovvero riammettere i russi proprio perché si continuano ad ammettere gli israeliani. Dove si canta – dove si fa arte – non si fa la guerra. Martedì sulla Stampa c’era un’intervista al grande Uto Ughi, violinista amato in tutto il mondo. Ha ricordato Daniel Barenboim e la sua Said-Akademie, dove musicisti ebrei e palestinesi studiano insieme e suonano insieme, e non si sparano addosso. Uto Ughi non è soltanto un artista speciale, è anche un uomo consapevole che tutto quanto possiamo fare di sensato noi qui, mentre là c’è il massacro, è di tenere salda l’idea e soprattutto la pratica della pace.









