Ai francesi i cartoni animati giapponesi degli anni '70-80 piacciono quasi più che a noi, e non è così strano che dopo l’orrido film su Lady Oscar del 1979 e il recente e altrettanto brutto live action su City Hunter del 2019, a qualcuno venga in mente di adattare in serie Occhi di gatto. Anche le avventure delle tre sorelle, come quelle del dongiovanni Ryo Saeba, nascono dalla matita del maestro Tsukasa Hojo, il quale ha dato la sua benedizione (previo compenso) alla serie francese da qualche giorno disponibile su RaiPlay. Lo show nasce con l’intento – applicabile anche al pubblico italiano – di riaccendere la nostalgia nella generazione cresciuta a pane e cartoni, ovvero il pubblico di riferimento ideale di questa produzione (molto più degli otaku occidentali che divorano anime su Crunchyroll).La serie, munita di una cover della sigla originale francese che è una dichiarazione d'intenti, è incentrata sulle sorelle Chamade, Sylia, Alexia e Tamara (i nomi sono gli stessi dati a Rui, Ai e Hitomi Kisugi nella versione gallica del cartone animato. In quella nostrana erano Kelly, Tati e Sheila). Nonostante la colonna sonora tipicamente anni '80, da Cyndi Lauper agli A-ha, la miniserie di Michel Catz (!) è ambientata ai giorni nostri e segue una trama un po’ diversa: Tamara è tornata a Parigi dopo un periodo di lontananza per dimostrare che il padre gallerista, morto dodici anni prima, non è perito casualmente in un incendio nel quale sono andate distrutte anche le opere della sua collezione, bensì è stato vittima di un piano per sottrargli i quadri. Per dimostrarlo, Tam ruba un dipinto che riconosce come di proprietà del genitore, mettendosi contro alcuni avidi contrabbandieri d’arte. Il suo ritorno è dirompente anche a livello personale e familiare: la sorella maggiore è offesa e risentita dalla sua fuga anni prima, e irritata dalle sue velleità di ladra giustiziera mentre la maggiore, ancora studentessa, quando non vendica fanciulle vittime di cyberbullismo cerca di farsi coinvolgere nei furti della sorella. A complicare le cose, il fatto che uno dei poliziotti assegnati ai casi criminali collegati al mondo dell’arte sia l’ex di Tamara, e che la sua collega, gelosa e vendicativa, sia la sua attuale partner.TfiC’è qualcosa di incomprensibile nel ragionamento che sta dietro alle scelte narrative e stilistiche di Catz: perché lanciare in un’operazione nostalgia - sbandierandola fin dalla sigla - se poi le modifiche, teoricamente legate a un processo di ammodernamento dell’ip (almeno le ragazze non si arrampicano sui muri con i tacchi!), tradiscono l’originale? Per esempio, nel manga di Hojo uno degli elementi portanti era la grande sintonia tra le sorelle, diversissime ma sempre in armonia. Nella serie, la relazione di Sylia con Tamara, almeno all’inizio, è conflittuale come quella tra due teenager. Sylia non è raffinata, austera e al contempo dolce e materna come Kelly (non le somiglia nemmeno). Anche nelle relazioni - è fidanzata con il proprietario di un bar (nel manga era single, come lo era la sorella minore, nonostante l’attrazione per Matthew) - appare come un personaggio completamente in contraddizione con l’originale. Il che ci poteva anche stare se l’intento del creatore fosse quello di rivolgersi a un altro tipo di pubblico.Il vero problema dello show è che non contiene nessuno dei valori dell’originale, non ne rispetta la formula o il registro, e soprattutto non coglie la natura e l’essenza dei personaggi. In realtà, cercando di sfruttare la popolarità di un cult di tale portata, Occhi di gatto è riuscita ad attirare l’attenzione del pubblico (e di qualche distributore, vedi Rai) che però si è inevitabilmente scontrato con la realtà: la serie è una banale, tipica e tutto sommato mediocre commedia sentimentale francese con un tocco d’azione. La confezione sarà pure quella dell’opera di Hojo, ma se si tolgono titolo e nomi, siamo più nell’area di un vago plagio (e sì, c'è Carole Bouquet a dare un tocco di classe, ma non basta a salvare la serie): sarebbe stato meglio darle un nome diverso.