Uscito lo scorso 19 settembre nei cinema americani, In Whose Name?, documentario-verità su Kanye West (anche se lui vuole farsi chiamare Ye), sta ovviamente già facendo discutere e ha allo stesso tempo colonizzato i social tipo TikTok, che ne riprendono le clip più inquietanti e le rivelazioni più strampalate. Diretto da Nico Ballesteros, giovanissimo regista già coinvolto in precedenti progetti del rapper come Jesus Is King del 2019 e che ha iniziato a dedicarsi a questa pellicola nel 2018 a 18 anni, il film vuole essere una specie di racconto in presa diretta della vita di questo artista diventato provocatore di professione: le riprese sono durate sei anni, con oltre 3000 ore di filmati che sono stati condensati in 104 minuti di accesso senza filtri, con immagini inedite, confessioni dirette e ovviamente tutti i temi, anche i più intimi e controversi che West ha attraversato negli ultimi anni, dalla lotta contro il sistema musicale alla confessione dei suoi disagi mentali fino alle polemiche politiche, per non parlare della disastrosa candidatura alle presidenziali nel 2020, delle derive misticheggianti e della burrascosa vita privata (con Kim Kardashian, in particolare).Il racconto del documentario In Whose Name?Il documentario mostra molti momenti dell'esistenza pubblica e privata di Kanye West, presentandoli senza particolari filtri. Lo si vede mentre affronta la sua diagnosi di disturbo bipolare e, durante le cure, assistiamo anche al suo scontro con il clan Kardashian, e in particolare con la “momager” Kris Jenner, i cui comportamenti controllanti - dice lui - lo fanno sentire “svirilizzato”. In un altro momento si vede una scena dietro le quinte del Saturday Night Live, in cui uno dei membri del cast del programma comico, Michael Che, si scontra con lui dopo le sue prese di posizione a favore di Trump e uscite pubbliche in cui indossava il cappellino rosso dei MAGA (il movimento pro-Trump “Make America Great Again”). Nell'evolversi delle varie scene si vede molto chiaramente come la retorica di West a un certo punto prenda un piega completamente fuori controllo, non solo posizionandosi su posizioni alt-right, ma anche arrivando a inneggiare a Hitler, a posizioni antisemite, oltre a diverse altre teorie della cospirazione sia contro la discografia che contro più generali sistemi che ci tengono in “schiavitù”.Accanto alla ricostruzione dei momenti più eclatanti dell'ultimo periodo, c'è anche il tentativo di tracciare un ritratto intimo e vulnerabile di un personaggio che però sembra nella maggior parte dei casi schiacciato della propria fama e delle proprie esagerate caricature. Per di più non è chiaro quanto lo stesso Ye abbia approvato il documentario stesso, e quanto dunque In Whose Name? possa essere una specie di sfruttamento indiretto delle sue fragilità. Lui stesso ha dichiarato che preferirebbe essere “morto che sotto farmaci” e in effetti tutte le sue sparate più roboanti sembrano la conseguenza della sua decisione di smettere con le cure mediche, proponendosi come una specie di profeta anche in questo senso.Come sempre negli ultimi progetti che l'hanno coinvolto, Kanye West appare come la più grande vittima di sé stesso e al contempo come uno dei più sopraffini manipolatori mediatici che ci siano in circolazione. Le luci dei riflettori sono la sua linfa e il suo veleno, senza che le due cose possano essere minimamente distinte. Per questo la visione di In Whose Name? è un esercizio di voyeurismo particolarmente sconvolgente ma non per questo meno necessario per capire certi meccanismi esplosivi non solo della retorica di West ma anche dell'America di oggi.