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La società aperta nasce dal coraggio di fidarsi dell'altro. È un miracolo fragile, perché non ha mura a difenderla, ma solo ponti

Un uomo cammina sulle Alpi. È minuto, ha il volto scavato dal vento, le mani strette su un bastone. Non sa che sta lasciando un messaggio a chi verrà cinquemila anni dopo. Lo troveranno ibernato in un ghiacciaio e lo chiameranno Ötzi. Non è solo un cadavere venuto dal passato. È un archivio vivente di ciò che significa essere umani. Porta scarpe cucite con pelle di cervo e suole d'orso. Ha con sé un'ascia di rame che non viene da lì ma dalla Toscana. Nella sua sacca ci sono funghi medicinali, selci intagliate che parlano di mani lontane, di scambi, di mercati primitivi. Ogni oggetto racconta che già allora l'uomo non viveva chiuso, ma aperto, in una rete invisibile di scambi e conoscenze. Ötzi era fragile, ma camminava con la forza di una civiltà intera. È da qui che comincia il saggio di Johan Norberg sul "miracolo della società aperta". Il titolo del libro è Open e in Italia è stato appena pubblicato da Rubbettino. C'è una cosa che un po' sorprende: Norberg non è un pessimista. È un intellettuale controcorrente che scommette sull'umano, sulla capacità magari inconsapevole di salvarsi in modo rocambolesco dall'apocalisse, con un salto indietro a un passo dal burrone. Non è solo una scommessa sullo spirito di sopravvivenza o sulla fortuna immeritata dei tanti Mister Magoo, orbi sempre in orbita, che passeggiano su questa terra. È la scommessa sulla natura umana, maledetta e bastarda quanto si vuole, ma comunque miracolosa, perfino quando l'individuo, centro dell'anarchia, finisce male la sua vita, ucciso dalla freccia di uno come lui. Ötzi, mercante solitario, è stato ucciso dal suo prossimo, ma questo non è un buon motivo per rinnegare il desiderio di esplorare, di segnare rotte, di uscire dal proprio cerchio più o meno magico.