Negli ultimi tempi Asher Baum aveva cominciato a parlare con se stesso. Non erano solo i borbottii occasionali di chi cerca di chiarirsi le idee o di tranquillizzarsi prima di un’ardua impresa. Né si trattava di illusorie rese dei conti con persone immaginarie, del passato o del presente. Ciò avrebbe fatto di lui uno svitato, un tipo strambo; ma non lo era. Almeno non del tutto. Che tali conversazioni fossero un segnale di demenza precoce era ugualmente escluso, dato che Baum era un cinquantenne in forma, con una memoria ben funzionante e senza alcun precedente, in famiglia, di deficit cognitivi. Ciò che gli raccomandavano i medici, al massimo, era di non esagerare col sale, di mettersi la crema solare e di correre sul tapis roulant, come per altro faceva. Se soffriva di qualcosa, era di attacchi di panico ipocondriaco: vede aprirsi l’abisso in ogni neo, colpo di tosse e unghia incarnita. Purtroppo gli capitava lo stesso anche con ogni canzone, fiore e arcobaleno. Quando Baum si guardava allo specchio, riconosceva un incrocio intelligente tra gli occhi tristi del padre e il naso semitico della madre; l’ansia, invece, apparteneva solo a lui.