Con buona pace di Churchill che diceva che la democrazia è il metodo di governo peggiore eccetto tutti gli altri, per Papa Leone XIV «la democrazia non è una soluzione perfetta per tutto». Soprattutto non potrà mai essere un'opzione praticabile per la Chiesa con l'introduzione di processi elettivi che partono dal basso, basati sulla rappresentatività universale, come sperano alcuni vescovi ultra progressisti del Nord Europa, i quali da tempo, e con una certa insistenza, spingono su Roma per avere in loco organismi diocesani in cui le decisioni siano il frutto democratico della collaborazione tra il vescovo e i suoi consiglieri, uomini e donne. Parlando con tre giornalisti – due peruviani e una americana –, il Papa rispondendo ad una domanda sul tema della sinodalità, ha spiegato in sintesi come stanno le cose. La sua considerazione implicita partiva dal fatto che il potere divino della Chiesa mal si concilia con qualsiasi tipo di sistema elettivo.
Papa Prevost nella sua prima intervista pubblicata ieri – dal giornale peruviano El Comercio e dal sito statunitense Crux – per festeggiare il suo settantesimo compleanno, rifletteva con passione sul bisogno di sinodalità nella Chiesa come strada per andare avanti assieme, rassicurando poi che il processo avviato anni fa da Bergoglio andrà avanti. Ovviamente «non per cercare di trasformare la Chiesa in una sorta di governo democratico, perché – ha aggiunto – se guardiamo a molti Paesi del mondo oggi, la democrazia non è necessariamente una soluzione perfetta per tutto. Ma rispettando, comprendendo la vita della Chiesa per quello che è e dicendo: dobbiamo farlo insieme». La considerazione papale, in seconda battuta, sembra rispecchiare anche una grandissima preoccupazione denunciata più e più volte ultimamente da cardinali, vescovi e interi episcopati osservando le dinamiche del panorama internazionale mai così lacerato o anche il modo di agire di tanti leader democraticamente eletti. A volte con le loro decisioni finiscono per indebolire gli stessi sistemi democratici. Una forte denuncia in tal senso fu fatta, qualche mese fa, dal defunto Francesco, il quale chiedeva al mondo di fare attenzione. Le democrazie lui le raffigurava come sistemi dal cuore ferito e dalla salute cagionevole.In questi quattro mesi di governo Leone XIV è apparso assai timido con i media, molto riservato, certamente più propenso all'ascolto che non all'azione. Dal suo osservatorio privilegiato, parlando con diversi capi di Stato, analizzando i rapporti dei nunzi apostolici e delle conferenze episcopali vede avanzare eccessivamente il dislivello tra poverissimi e ricchissimi. «A mio avviso – ha spiegato – è molto significativo il divario sempre più ampio tra i livelli di reddito della classe lavoratrice e il denaro che ricevono i più ricchi. Ad esempio, i CEO che 60 anni fa potevano guadagnare da quattro a sei volte di più di quanto ricevono i lavoratori, secondo l'ultimo dato che ho visto, oggi guadagnano sei mila e seicento volte di più di quanto ricevono i lavoratori medi. E ieri è stata diffusa la notizia che Elon Musk sarà il primo trilionario al mondo. Cosa significa e cosa comporta? Se questa è l'unica cosa che ha ancora valore, allora siamo in guai seri». L’essere cresciuto a Chicago, nel cuore degli Usa ed essere nello stesso tempo un peruviano – della diocesi di Chiclayo – sembra essere una caratteristica che lo aiuta a guardare il mondo capovolto. Ai prossimi mondiali di calcio ha ammesso che tiferà per il Perù. «Questione di affettività» ha specificato. Sulla pace, invece, ha riferito di aver lavorato tanto osservando però pochi passi avanti tra le parti belligeranti. Ha riscontrato difficoltà a trovare un dialogo tra le parti, la fragilità del multilateralismo, un orizzonte ingarbugliato.










