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Ultimo aggiornamento: 9:08

Da un azzurro all’altro. Cambia la tonalità della casacca, ma non la sostanza. Perché questo avvio di stagione di Matteo Politano ha assunto immediatamente colori brillanti. Tanto con il Napoli, quanto con la Nazionale. Prima l’assist vincente per McTominay per sbloccare il risultato contro il Sassuolo nel primo turno di campionato. Poi passaggio vincente per Raspadori nella goleada rifilata all’Estonia. Infine rete del momentaneo 2-3 nella pazza sfida al cardiopalma contro Israele.

A trentadue anni il ragazzo partito da Monte Mario ha svestito una volta per tutte i panni del miglior attore non protagonista per recitare la parte del leader. Watson è diventato finalmente Sherlock Holmes. Anche perché con l’alternarsi delle stagioni Politano è diventato tante cose e tutte insieme. Quello che nasceva come esterno d’attacco in un 4-3-3 o in un 4-2-3-1 si è evoluto fino a diventare un giocatore a tutta fascia. Dribbla, crea superiorità numerica, rientra sul sinistro, tira in porta con il piede forte, aumenta e rallenta il ritmo della manovra, impone la verticalità dell’azione.

Ma non solo. L’ex Inter segue l’uomo, ripiega in difesa, esegue diagonali. È una trasformazione che parte da lontano, ma che diventa abbagliante proprio quando sembrava più improbabile. Ossia sotto il regno partenopeo di Antonio Conte. Le paure partivano da lontano. Nel 2018 l’esterno era stato acquistato senza troppo clamore dall’Inter. Con Spalletti aveva giocato bene, segnando 5 gol in 36 partite. Poi le cose erano cambiate in fretta. L’arrivo sulla panchina di Conte aveva stravolto tutto. Un giocatore con le sue caratteristiche sembrava troppo difficile da incastrare in un 3-5-2 più che dogmatico.