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Stefano Benni, scrittore italiano tra i più conosciuti degli ultimi decenni, autore di romanzi e racconti spesso comici e pieni di invenzioni narrative e linguistiche, come La compagnia dei Celestini (1992) e la raccolta Bar Sport (1976), è morto a 78 anni. Aveva collaborato con molti giornali e riviste, come L’Espresso e il Manifesto, ed era stato autore di opere teatrali e sceneggiature per il cinema, oltre che di programmi televisivi e anche delle battute del comico Beppe Grillo. La maggior parte dei suoi libri era stata pubblicata da Feltrinelli, e molti sono stati tradotti in altre lingue.

Amato da generazioni diverse di lettori per il suo uso creativo della lingua e per il suo stile ironico e immaginifico, che usava sia per fare satira sulla società italiana sia per inventare storie dolci e fantasiose, Benni non lavorava più da tempo a causa di una malattia. L’anno scorso il critico Goffredo Fofi (morto a luglio) aveva scritto sulla rivista Lucy che Benni non poteva più comunicare, e aveva ricordato il suo «humour, pacato ma anche duro quando necessario, che però non sembrava mai dettato da disprezzo o da malizia».

Benni era nato a Bologna nel 1947, ma era cresciuto nell’Appennino dove aveva ricevuto il soprannome “Lupo”, che lo accompagnò tutta la vita. Si iscrisse all’università ma cambiò diverse facoltà senza laurearsi, e iniziando presto a scrivere. Fu pubblicato per la prima volta nel 1976, non ancora da Feltrinelli ma da Mondadori, che fece uscire una raccolta di suoi racconti intitolata Bar Sport. Ambientati in buona parte in bar di provincia, è diventato un classico della letteratura umoristica italiana, amato e studiato per le descrizioni di storie umane e situazioni comuni e famigliari ma reinterpretate in chiave spesso surreale o grottesca. Nel 1997 Feltrinelli ne pubblicò un seguito, e nel 2011 ne fu tratto un film.