L’oro continua a volare a livelli record, superando per la prima volta anche la barriera dei 3.600 dollari l’oncia per spingersi fino a quota 3.646 dollari lunedì 8 a Londra. Un rally che ha ritrovato impeto – con rialzi ormai vicini al 40% da inizio anno e di quasi il 10% in tre settimane – e che si alimenta in gran parte dell’incertezza degli scenari su una serie di fronti, oltre che dell’attesa riduzione dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, vista come imminente dopo i dati deludenti sull’occupazione e con la riunione del comitato monetario della Fed in agenda il 16 e 17 settembre.
Ci sono poi i timori di inflazione (e di stagflazione), anche questi soprattutto negli Usa, l’indebolimento del dollaro e la fuga dal biglietto verde, cui fa da contraltare l’accumulo di oro da parte delle banche centrali, che rallenta ma non si ferma: la Cina in particolare ha aumentato ancora le riserve auree in agosto, per il decimo mese consecutivo, sia pure di “appena” 1,9 tonnellate, che portano il totale intorno a 2.302 tonnellate (da novembre 2024 l’incremento è di circa 38).
Materia prima sui generis
Dall’orizzonte non è ancora del tutto scomparsa nemmeno l’incertezza relativa ai dazi sull’oro. Il dubbio che anche gli scambi di questo metallo – materia prima sui generis, che insieme è anche valuta – possano finire intrappolati nella rete delle guerre commerciali era riemerso con forza ad agosto, con la notizia shock che la Customs and Border Protection (Cbp), agenzia federale Usa, aveva classificato i lingotti da un chilogrammo e quelli da 100 once come merci soggette all’imposizione di dazi.







