Il decreto, a più di un mese dall’approvazione in consiglio dei ministri, è “atterrato” in Commissione giustizia alla Camera, dove dadomani inizierà il suo iter per la conversione. Un percorso che dovrà dunque essere veloce. Non solo perché il provvedimento altrimenti scadrà il prossimo 4 ottobre, ma soprattutto perché sulla giustizia civile i tempi per centrare gli obiettivi del Pnrr sono diventati davvero stringenti e i target appaiono ancora lontani. Andiamo con ordine. Entro giugno del prossimo anno, vale a dire tra poco più di nove mesi, dovranno essere “smaltiti” 235 mila vecchi procedimenti che giacciono nei cassetti dei tribunali (200 mila in primo grado e 35 mila in appello). Ma, soprattutto, come previsto dal piano di ripresa e resilienza, andrà ridotto rispetto al 2019, il “disposition time”, vale a dire la durata media dei processi, del 40 per cento. Per adesso, secondo quanto riporta la stessa relazione illustrativa del decreto consegnato alla Camera, siamo in affanno. I dati relativi al 2024, spiega la relazione, segnalano una riduzione del 20,1 per cento del disposition time totale rispetto al 2019, con un contributo dei tribunali del 12,2 per cento, delle corti di appello dell’11,8 per cento e della Corte di cassazione del 27,5 per cento. Il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del 40 per cento della durata dei processi totale richiede quindi un ulteriore decremento del 19,9 per cento, da conseguirsi entro il 30 giugno 2026. Domani in pratica.