Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 7:45
Era l’8 maggio 1978 quando Reinhold Messner e Peter Habeler compirono l’impresa di scalare l’Everest senza ossigeno. Io ero a Milano quando Messner fece la sua prima apparizione pubblica e gli chiesi, ammirato, l’autografo. Allora scalare l’Everest, comunque con l’ossigeno, era roba da poche persone l’anno.
Molta acqua è passata sotto i ponti e già 19 anni dopo Jon Krakauer denunciava nel suo drammatico Aria sottile la follia di persone che ambivano a salire l’Everest senza aver mai calzato prima i ramponi. E allora già veniva offerta la Coca Cola nei posti tappa a chi risaliva la Valle del Khumbu. Passò altra acqua e Simone Moro denunciò la fila delle persone che nella primavera nepalese (dal versante tibetano poche sono le spedizioni) ambiva a salire in vetta.
Passa altra acqua e veniamo all’oggi, quando una troupe della Rsi (Radiotelevisione Svizzera Italiana) si reca al campo base dell’Everest per girare un breve documentario/inchiesta su cos’è oggi il campo base e da chi è frequentato. Veniamo così a sapere che nella primavera nepalese sono svariate centinaia le persone che salgono sul tetto del mondo. Al 14 giugno scorso erano 722. Veniamo a sapere che al campo base, a 5378 metri, vivono, nel periodo delle ascensioni, oltre duemila persone, considerati i turisti (non sono alpinisti, come giustamente viene sottolineato alla fine dalla guida nepalese), le guide, i portatori, il personale delle agenzie turistiche, i cuochi e quanti altri.






