Un’ora a volteggiare sul cielo di Plovdiv, piloti costretti a rispolverare mappe cartacee, giornali che parlano di “sospetta interferenza russa” e il Cremlino che smentisce e far del sarcasmo: la storia del volo di Ursula von der Leyen, partito lunedì dalla Polonia e atterrato in Bulgaria con avvicinamento “cieco”, è roba da Guerra Fredda 2.0. La realtà, tuttavia, potrebbe essere molto meno thrilling. Il primo quotidiano a darne notizia è stato il Financial Times che, citando fonti vicine alla presidente della Commissione Ue, ha riportato la tesi della deliberata azione di disturbo russa subita dal suo Dassault Falcon 900LX. E in effetti in tempi di guerra hi-tech un sistema sviluppato mezzo secolo fa come quello Gps, tuttora cuore della navigazione moderna, è piuttosto vulnerabile a due modalità di attacco. La prima è il jamming, ossia la saturazione delle frequenze con rumore elettromagnetico che impedisce ai ricevitori di captare i segnali satellitari. La seconda è lo spoofing, la sostituzione di questi segnali con altri più potenti e falsificati, che inducono il sistema di bordo a calcolare posizioni errate. Questa ipotesi, nel caso in specifico, è esclusa, dal momento che il jet di von der Leyen a Plovdiv è arrivato agevolmente senza perdersi nei Carpazi.
Von der Leyen, attacco russo al Gps: cosa non torna | Libero Quotidiano.it
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