La notizia del passo indietro di Anna Wintour, giornalista di origini britanniche ma da quasi 40 anni alla guida di Vogue America, forse il più famoso mensile di moda al mondo (oggi in realtà piattaforma web, più che rivista cartacea), era arrivata all’inizio dell’estate, prima come rumor ma velocemente confermata dalla casa editrice che controlla tutte le edizioni di Vogue e di molte altre riviste, la Condé Nast.

A 75 anni la Wintour si era detta pronta a lasciare la direzione durante una riunione interna con lo staff nella mattinata di giovedì 26 giugno, un addio che chiaramente segnava la fine di un’era, ma che non sarebbe stata - era stato precisato - un distacco completo. Era stato spiegato che Anna Wintour avrebbe continuato a ricoprire due ruoli chiave all’interno del gruppo editoriale Condé Nast: quello di Global Chief Content Officer e di Direttore Editoriale Globale di Vogue, mantenendo quindi un’influenza significativa sul futuro dell’intero network. Da quel 26 giugno però si rincorrevano le voci su chi avrebbe preso il posto di editor-in-chief di Vogue America. Si era addirittura ipotizzato che il nome sarebbe arrivato solo dopo l’uscita del secondo capitolo de “Il diavolo veste Prada”, in lavorazione in particolare a New York e di cui non si conosce la trama, anche se quello uscito vent’anni fa era tratto da un libro scritto da un ex assistente di Anna Wintour, chiamata in modo diverso (Miranda Pristley, interpretata da Meryl Streep allora come nel nuovo capitolo), così come Vogue era stato ribattezzato Runway (passerella, in inglese).