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Lagarde sembra incline a un approccio più familiare, per non dire patriottico. Ma un'istituzione come la Bce non è la sede per esercizi di clemenza nazionale

C'è un tono quasi materno e persino indulgente nell'ultima dichiarazione di Christine Lagarde sulla crisi francese. Di fronte a una situazione che definire "preoccupante" è esercizio di moderazione linguistica, la presidente della Bce ha preferito minimizzare: "Non è solo la Francia, tutti i governi europei affrontano difficoltà". Vero. Ma, come si dice a Parigi, ce n'est pas la même chose. Perché se è vero che l'Europa tutta è chiamata alla prova della sostenibilità fiscale, è altrettanto vero che il caso francese presenta elementi di fragilità unici: un deficit strutturale incamminato verso il 5,6%, un debito di oltre 3.300 miliardi quasi interamente nelle mani di investitori stranieri che galoppa oltre il 114% del Pil, tensioni sociali crescenti e, da qualche settimana, una crisi politica latente che rischia di tradursi in dramma istituzionale. Il tutto sullo sfondo di un governo che corre verso la sfiducia, come lo ha definito lo stesso ministro dell'economia transalpina, Éric Lombard, che perciò non ha escluso la possibilità che la Francia debba rivolgersi al Fmi qualora i conti dovessero peggiorare.