Otto minuti di applausi. Forse sono stati pochi. Perché davanti al pubblico del Festival di Venezia non c’era solo un mito di Hollywood, ma l'unico mito rimasto, l’ultima delle bellissime ancora in vita della leggendaria età dell’oro: Kim Novak. Novantadue anni benissimo portati («L’amore degli uomini è stata la mia cura di bellezza»), meritoriamente portati. Perché in una Mostra che s’è aperta in un clima d’odio s’è contraddistinta per il suo inno alla pace e alla fratellanza. Per il pubblico da sempre è rimasta la «donna che visse due volte» del film di Hitchcock del 1958. Aveva 25 anni e faceva impazzire James Stewart con la sua doppia morte: la prima simulata, la seconda autentica. Il film non ha mai smesso di circolare nelle tv e ancor oggi il parere è unanime. È la cosa migliore di Hitchcock e il top del fascino e della carriera di Kim. E pensare che Hitch non la voleva. Il ruolo l’aveva costruito per Vera Miles, che aveva avuto l’indelicatezza di restare incinta. Kim era un ripiego, secondo il regista, una mossa divistica. Kim faceva film dal 1954.
Un paio di gialli di serie B dove risultava una notevole bellezza, ma nessuno la vedeva come superstar. Tranne il capo della Columbia, Harry Cohn, che voleva furiosamente due cose. Una maggiorata da contrapporre all’allora imperante Marilyn Monroe e un’erede di Rita Hayworth, la diva della casa che stava decisamente invecchiando. Cohn, che aveva fatto una super di Rita, giocò subito i veicoli giusti per lei. Kim, agli esordi, era solo una bambolona, ma i film dove la collocavano erano di sicuro successo: Pic Nic, Incantesimo, Un solo grande amore, Una strega in paradiso (le si addicevano i personaggi con alone di mistero). Non sapeva recitare? Non importa, avrebbe imparato durante il percorso. Intanto alla Columbia le avevano riservato il camerino da anni occupato da Rita Hayworth. Con Rita ebbe il confronto decisivo in Pal Joey.














