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Ultimo aggiornamento: 8:00
Per capire i pericoli della globalizzazione per lo stato di diritto in un mondo dove non esiste global governance, non c’è storia migliore di quella del narcotraffico della cocaina.
Dopo l’11 settembre 2001, con l’approvazione del Patriot Act e il conseguente inasprimento dei controlli statunitensi sulle transazioni in dollari, le rotte della cocaina hanno subito una mutazione strategica. Il tradizionale flusso verso il mercato americano dalla Colombia è diventato più rischioso, costringendo i cartelli latinoamericani a guardare altrove alla ricerca di nuovi mercati.
Grazie all’accordo tra la ‘ndrangheta e il cartello sudamericano, l’Europa è emersa come il nuovo Eldorado della polvere bianca, e per raggiungerla i narcos hanno scelto l’Africa occidentale. Paesi fragili, segnati da instabilità politica e corruzione, si sono trasformati in hub ideali: la Guinea-Bissau, soprannominata il “primo narco-stato africano”, ma anche il Senegal, la Sierra Leone e il Ghana. Qui la cocaina all’inizio degli anni 2000 ha cominciato ad arrivare nascosta in pescherecci e cargo, o su piccoli aeri da turismo, per poi essere smistata verso Spagna, Portogallo e Italia.






