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23 AGOSTO 2025

Ultimo aggiornamento: 8:58

Tre piscine comunali all’aperto attive su otto. È questa la (scarna) offerta di svago e rinfresco per chi rimane a Milano in una delle estati più calde di sempre, attenuata solo negli ultimi giorni da qualche giornata di piogge e temporali. Romano, Cardellino e Sant’Abbondio: soltanto tre piscine aperte per oltre un milione e trecentomila milanesi. Le altre cinque? Chiuse. Là dove c’era la vasca oggi ci sono gli arbusti. O le gru. Già, perché alcune di queste sono destinate a essere ristrutturate, ma dai privati che hanno ottenuto concessioni di oltre quarant’anni.

È il caso dello storico centro balneare Lido di Milano. “Ci dicevano che il Comune non aveva i soldi per rimetterla a posto e così l’hanno data in mano a multinazionali che la gestiranno per un sacco di tempo” spiega una residente del quartiere e attivista del centro sociale Cantiere, che in questa vasca ci è cresciuta come tante e tanti della zona ovest della città. “Come è stato possibile?” si chiede incredula. “Anche perché quando riaprirà ci saranno prezzi inaccessibili”. E così quello che era “un presidio sociale” rischia di diventare un posto non più per tutti. “Qui siamo a due passi da San Siro, uno dei quartieri con più bambini e giovani della città. Con la privatizzazione c’è il rischio di uno sbarramento per le persone che fanno più fatica”. La paura, condivisa da un altro abitante del quartiere, è che “Milano diventi una città non più per le persone normali, ma per ricchi e persone cattive”. Per questo il centro sociale Cantiere, che si trova a pochi metri dalla Lido, ha lanciato un appello per una mappatura sociale della città. “Giù le mani dalla città. Se volete un rifugio termale in cui barricarvi da soli nel vostro lusso, forse non è una città che state cercando – scrivono in una nota le militanti – siamo la città e senza di noi Milano muore”.