Il 20 agosto 2025, al termine dell’udienza generale in Aula Paolo VI, Papa Leone XIV ha consegnato al mondo un appello che interpreta il sentimento prevalente dell’umanità: un grido corale che chiede pace. “Invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti in corso”. Con queste parole il Pontefice ha dato voce a una domanda che non è soltanto spirituale ma profondamente umana, universale, capace di superare ogni confine religioso e culturale. Nell’invocazione alla Vergine Maria Regina della Pace, il Papa ha chiesto che sia allontanato da ogni popolo l’orrore della guerra e che si illuminino le menti di quanti hanno responsabilità politiche e diplomatiche. Ha ricordato che senza perdono non ci sarà mai la pace, e che il vero perdono non aspetta il pentimento ma si offre per primo. Parole che non sono retorica ma un richiamo alla concretezza della vita, perché il perdono non è un concetto astratto ma un atto che spezza la spirale della violenza e apre la possibilità di futuro.

Queste parole risuonano in un contesto drammatico. La guerra a Gaza continua a mietere vittime innocenti. Secondo il Ministero della Salute della Striscia, al 17 agosto 2025 i morti sono almeno 61.897, con oltre 155.000 feriti, e più di 10.000 vittime solo dalla ripresa dell’offensiva israeliana in primavera. UNICEF ha denunciato che oltre 50.000 bambini palestinesi sono stati uccisi o feriti, parlando di una “implacable mattanza” dei più piccoli. Stime indipendenti, come quelle pubblicate su The Lancet, indicano che il bilancio reale potrebbe essere ancora più alto, superando le 70.000 vittime entro l’autunno. La carneficina dei bambini a Gaza non è soltanto una statistica, ma il volto più tragico di un mondo che ha smarrito la strada. A questa tragedia si somma la crescita inarrestabile delle spese militari globali: nel 2024 hanno raggiunto i 2.718 miliardi di dollari, con un incremento del 9,4% rispetto all’anno precedente, il più alto dalla fine della Guerra Fredda. Più della metà di questa cifra è imputabile ai Paesi NATO, con oltre 1.500 miliardi. In Europa la spesa si attesta già al 2% del PIL, con programmi che prevedono di portarla al 5% entro il 2035.