A Bologna esiste un edificio che non ha mai smesso di chiedere di essere letto. Non solo visto, non solo abitato, ma decifrato. È Palazzo Bentivoglio, quello “nuovo”, si fa per dire, di via Belle Arti. Un corpo architettonico che ancora oggi sembra non volersi del tutto rivelare: sta in disparte, tra le rotte obbligate degli studenti dell’Accademia, col suo cortile loggiato a metà, le finestre regolari, l’impianto cinquecentesco e un’aria da palazzo che conosce il proprio fallimento, ma non lo rimpiange. Chi cerca qui le tracce del Bentivoglio “grande”, quello abbattuto nel 1507 sotto la furia di una rivolta tanto popolare quanto organizzata, dovrà accontentarsi di fantasmi. Il grande palazzo di Giovanni II – 244 stanze, stucchi dorati, pitture di Francia e Lorenzo Costa – fu demolito con zelo politico e gusto simbolico. Il Rinascimento bolognese, in fondo, è una specie di romanzo interrotto, come l’ambizione stessa dei Bentivoglio: una signoria che volle fingersi repubblica e finì travolta proprio dalla città che l’aveva creata.

Il garage e la biblioteca

Il Palazzo che oggi porta il nome della casata senza averne più il dominio, fu costruito da Costanzo Bentivoglio dal 1551 rispettando ordine, misura e simmetria: l’architettura del ritorno, non del trionfo. Oggi il palazzo è uno dei rari esempi italiani di privato che sa cosa farne del proprio privilegio. Non è un museo nel senso canonico: non ha orari fissi, non vende biglietti, non accoglie scolaresche. È uno spazio vissuto, ma con pudore. Negli ultimi anni, è diventato silenziosamente un centro propulsivo di alta cultura visiva tra mostre, pubblicazioni, dialoghi tra arte contemporanea e spirito del luogo grazie all’attenta e precisa direzione di Tommaso Pasquali. C’è una biblioteca, la Busmanti, che assomiglia ad uno studio personale, custode di circa seimila volumi di storia dell’arte inseriti nell’OPAC del Sistema Bibliotecario Bolognese e consultabili su appuntamento.