Lo conosciamo come il giudice più tagliente e provocatorio di “Ballando con le Stelle”, sempre pronto alla battuta caustica e al giudizio spiazzante. Ma dietro l’immagine pubblica, dietro le lenti rotonde e gli abiti eccentrici, Guillermo Mariotto nasconde una storia intensa e a tratti dolorosa, fatta di bullismo, pregiudizi, fughe e rinascite. In una lunga e intima intervista alla Stampa, lo stilista si racconta come mai prima d’ora.

Cresciuto a Caracas negli anni ’70, Mariotto ricorda un’adolescenza segnata dalla violenza. “Essere gay lì non era facile. A scuola venivo bullizzato, mi aspettavano in gruppo e mi menavano. Non sopportavano che fossi diverso ma anche che fossi più forte di loro nello sport e più bravo a scuola. Mi sfottevano chiamandomi Nadia, come la Comaneci”. Il pregiudizio non restava fuori dalle mura domestiche: “Mio padre era durissimo con me, e anche mio fratello maggiore. Per loro ero la vergogna della famiglia”. A salvarlo, una figura luminosa, la nonna Leonor: “Un raggio di luce, che mi ripeteva da quando ero piccolino che quello non era il posto per me. ‘Non sei sbagliato, sei solo nato nel posto sbagliato. Prenditi un titolo di studio e scappa’”.

La via di fuga gliela mostrò involontariamente il padre, portando a casa una copia della rivista Panorama con in copertina due uomini che si baciavano a San Francisco. “Ho pensato che nonna intendesse proprio questo posto”. Così, contro il volere del padre che “pensava che fossi malato”, parte per la California, dove studia disegno industriale a Berkeley con una borsa di studio. È l’inizio di una nuova vita che lo porterà a Roma, all’Accademia di Costume e Moda, e nel 1992 all’incontro con Raniero Gattinoni, con cui collaborerà fino alla sua morte. “Eravamo una famiglia”, ricorda. Nel suo privato, rivela dettagli inediti e sorprendenti: “Che sono stato sposato. Avevo 19 anni e lei era una ragazza americana, Lee. È venuta in Italia con me ma non si è adattata. Era una modella di beauty per Estée Lauder, sembrava Ava Gardner, una matta”.