Se ieri la televisione e le telenovelas ci hanno fatto scoprire che anche i ricchi piangono, oggi internet e il capitalismo della sorveglianza ci svelano invece che anche i potenti della terra ascoltano le stesse canzoni che ascoltiamo tutti. E non possono più nasconderlo.

È il caso delle "Panama Playlists", esploso quest'estate. Un caso che dimostra con drammatica chiarezza come ogni dato personale sia potenzialmente esposto, indipendentemente dal potere o dalla ricchezza di chi lo produce. Finisce nel mirino della sorveglianza digitale per le sue playlist musicali tra gli altri anche Sam Altman, ceo di OpenAI e uno degli uomini più potenti della Silicon Valley. È il capitalismo della sorveglianza, e non fa sconti a nessuno. Neanche ai padroni del mondo.

La notizia di per sé è poco più di uno scandaletto estivo. Un sito anonimo è riuscito a raccogliere e pubblicare le abitudini musicali di decine di figure di spicco americane, dal vicepresidente JD Vance ai ceo dei colossi tecnologici. E lo ha fatto senza nessuna fuga di dati o violazione informatica: sono tutte informazioni pubbliche che, con un po' di astuzia, possono essere raccolte e aggregate.

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