L’Oceano Atlantico è sempre più largo. Anche sul problema del controllo dei confini, ovvero sull’espulsione degli immigrati clandestini. Quello dell’immigrazione, come è noto, è un problema epocale, che va gestito per evitare che un afflusso incontrollato di esseri umani (in cerca spesso di un eldorado inesistente) non distrugga definitivamente la sicurezza e la coesione sociale di Stati non in grado di sopportarlo.
I modi e i tempi di questa gestione sono problema squisitamente politico, di stretta pertinenza dei rappresentanti del popolo democraticamente legittimati. Di diverso avviso è però la Corte di giustizia europea, che è ieri intervenuta a gamba tesa affermando che devono essere i giudici, che già di fatto avevano bloccato con le loro decisioni il funzionamento dei Cpr in Albania voluti dal governo italiano, a valutare, caso per caso, quali siano i Paesi sicuri in cui è possibile rimpatriare i clandestini. Restringendo, fra l’altro, drasticamente il loro ventaglio perché, hanno sottolineato sempre i giudici, «un paese è sicuro se protetta è tutta la popolazione».
In sostanza, la politica, e quindi in qualche modo la stessa democrazia, si trova da questa parte dell’Oceano con le mani legate, impossibilitata a portare a termine il progetto di gestione e controllo dell’immigrazione, che gli era stato affidato dagli elettori.







