Negli uffici giudiziari come negli studi legali, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale (Ia) è in corso. Dall’organizzazione dei ruoli all’analisi di fascicoli, dalle ricerche giurisprudenziali alla redazione di pareri e atti, sono già numerose le applicazioni concrete dei nuovi modelli nel settore della giustizia.

Soluzioni, certo, in grado di velocizzare le attività e aumentare l’efficienza. Ma c’è un limite chiaro per il loro utilizzo, indicato dal regolamento europeo AI Act (Ue 2024/1689, che sarà pienamente applicabile dal 1° agosto 2026) e prescritto con forza dal disegno di legge italiano che sta per essere approvato dal Parlamento: deve restare «sempre riservata al magistrato ogni decisione sull’interpretazione e sull’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull’adozione dei provvedimenti».

Come dire, la suggestione del giudice-robot, della tecnologia che si sostituisce al magistrato, è esclusa: al centro rimane il giudizio umano. D’altra parte, quello della giustizia è un ambito delicato, che incide direttamente sulla vita delle persone, sia che si tratti di giudizi penali, che di controversie civili. Tanto che lo stesso AI Act – che adotta un approccio della regolazione basato sul rischio – ha classificato le soluzioni di intelligenza artificiale per l’amministrazione della giustizia tra i casi d’uso ad alto rischio, che richiedono elevati livelli di trasparenza, informazione e controllo.