Una delle derive più temute, per il Sudan, era il cosiddetto scenario «libico»: un Paese spaccato a metà fra le due fazioni in conflitto, i paramilitari delle Rapid support forces (Rsf) e l’esercito regolare di Khartoum. Le sue premesse si sono materializzate da alcuni giorni, mentre gli Usa tentano di rilanciare la mediazione con la sponda di partner da Golfo e Nord Africa.
La guerra in Sudan, classificata dall’Onu come la peggiore crisi umanitaria al mondo, è entrata in una ulteriore fase di incertezza dopo che le Rsf hanno dichiarato la costituzione di un governo autonomo nelle porzioni del Paese sotto il proprio controllo fra ovest e sud. L’annuncio è arrivato nel fine settimana da Nyala, nel Darfur, configurando la cesura fra il territorio rivendicato dai paramilitari e un centro-est che rimane nel perimetro dell’esercito regolare, inclusa la capitale Khartoum e un hub cruciale sul Mar Rosso come Port Sudan.
La mossa delle Rsf e l’abisso del Sudan
La frammentazione del terzo Paese africano può scavare una crepa anche più profonda in una crisi scoppiata nell’aprile del 2023, nella resa dei conti fra i generali alla testa delle due fazioni: il capo dei paramilitari Mohamed Dagalo, detto «Hemetti», e il generale dei regolari Abdel Fattah Burhan. Il tempismo non è casuale: «Le Rsf hanno perso terreno sul campo, e quindi cercano di rinforzare la propria posizione con questo annuncio» spiega un analista sudanese di Acled, una Ong.







